Alla politica italiana serve un antipiretico

La politica continua a curare le malattie del mercato a colpi di statalismo, non incentivando le imprese ad assumere, ma riempiendo lo Stato di dipendenti pubblici e tassando tutti i lavoratori e gli imprenditori per pagarli.

di Franco Luceri | 12 Novembre 2018

La classe politica democratica, dipendendo dal consenso sociale, non può nemmeno sognarsi di imporre regole che garantiscano funzionalità al sistema, se scontentano gli elettori.

Perciò l’unica via praticabile, è quella di indurre i popoli a non pretendere dalla politica  troppi diritti e pochi doveri, perché quella e la strada a scorrimento veloce verso il default.

A naso, credo che nel genere umano tutta la civiltà e tutta la barbarie abbiano origine da quattro cause indissolubilmente interconnesse: natura, cultura, politica e mercato, da cui discendono a cascata miliardi di effetti.

Ed è un grandissimo truffatore chiunque vi offra soluzioni per problemi particolari che alla lunga diventano causa di altri problemi, come la scuola che produce occupazione e ricchezza ma per i soli addetti, la sanità in costante emergenza, la previdenza a rischio bancarotta, la sicurezza e la giustizia che hanno perduto il controllo del territorio e della popolazione, le infrastrutture pericolanti, il mercato poco ricettivo di occupazione perché poco competitivo per gli alti costi di lavoro, finanza e fisco.

E qua salto volutamente il problema cultura di cui non ho competenza, e passo alla politica e al mercato su cui mi sento meno impreparato.

Dopo la fine del comunismo, tutti “i mangia padroni sindacali e politici”  hanno optato  per il sistema liberale. Ma di fatto tutta la politica continua a curare le malattie del mercato a colpi di statalismo, continua a sopperire alla scarsa ricettività occupazionale del mercato,  non incentivando le imprese ad assumere, ma riempiendo lo Stato di dipendenti pubblici e tassando tutti i lavoratori e gli imprenditori per pagarli.

A questa prima scelta suicida, si dovrebbe rispondere togliendo alla politica il potere di riempire lo Stato di personale poco qualificato, demotivato, parassita e persino ladro, per attingere da lì il massimo consenso, e poi occupare e abusare del potere.

Ma se togli alla politica il potere di assumere per lucrare consenso, non avrà crescente il potere di tassare. Con due effetti benefici a cascata: i piccoli imprenditori non saranno rapinati di tasse e istigati al suicidio e le multinazionali e le banche non saranno indotte ad assumere  quando la politica sgancia aiuti o licenziare  per estorcerle finanziamenti, esenzioni di imposte, o appalti truccati, o lucrare favori a colpi di tangenti milionarie.

Poi va cancellata l’odiosa finzione giuridica di qualificare i “burocrati” dipendenti pubblici, (per giustificare  la loro  irresponsabilità) posto che di fatto sono i padroni dello Stato e persino della borsa e della vita dei lavoratori, degli imprenditori e forse pure dei banchieri.

Ma, ancora peggio, non essendo a carico di chi li assume, ma dei contribuenti, la politica non si cura mai di controllare la legalità e produttività dei dipendenti pubblici che finiscono per trasformare lo Stato, a colpi di abusi di potere corruzioni ed estorsioni, in “COSA LORO”, alla faccia dell’interesse collettivo della legalità e della Giustizia sociale.

Come dire che i politici democratici fanno i datori di lavoro col c*** dei contribuenti.

Togli ai politici il potere clientelare di assumere e di tassare, come dire di derubare Pantalone, e in un colpo solo avrai  liberato gli imprenditori e l’intero Popolo dalla necessità di derubare lo Stato per sottrarsi alla rapina tributaria.

E in quattro e quattr’otto, riportando a monte la responsabilità, da chi subisce le regole, a chi le inventa e le applica  a spese e a danno della collettività, ritrasformi lo Stato dei dritti, corrotti e mafiosi, in Stato di diritto degno di questo nome.

 

Franco Luceri 

Nato nel 1941 e residente nel Salento, dopo due anni di esperienza da dipendente, come ragioniere, passò a l’attività autonoma come agente di commercio. Sposato da 46 anni, e pensionato da 10, ormai coltiva la sua passione più grande e quasi trentennale di opinionista dilettante, apolitico e libero, iniziata nel 1987 per il Quotidiano di Lecce e poi estesa alla Gazzetta del Mezzogiorno e altri giornali nazionali o locali con interventi occasionali. Dal 2011 ha un blog personale su internet “il rebus della cultura”. E dopo varie collaborazioni sul web, è approdato, per la cortese ospitalità del Direttore Nicola Cariglia, su Pensalibero.

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