Alcune domande sull’enigmatico Churchill

Gli elogi del premier britannico a Mussolini: sinceri o per fini politici?

di Fabrizio Amadori | 8 gennaio 2018

So da tempo che Churchill è stato un estimatore di Mussolini prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ora leggo nel libro dello statista inglese intitolato “Passo a passo” (Mondadori, 1947): “E infine (ma non certo per importanza) volgiamo lo sguardo all’Italia, o piuttosto a quell’uomo straordinario che nel momento attuale personifica ed esprime tutto ciò che l’Italia rappresenta”. E lo scrive riferendosi appunto a Mussolini. Devo dire che Churchill in questo libro è spesso prodigo di complimenti, ma, insomma, una frase del genere mi pare passi il segno. Forse il politico inglese scrive così solo per cercare di portare dalla sua parte – siamo nel 1938 – un tiranno che potrebbe risultare utile in funzione antinazista? Churchill fa l’elogio della cultura liberale in molti passi del testo: come avrebbe potuto giustificare la sua stima nei confronti del dittatore italiano di fronte ad un interlocutore agguerrito? Come non considerare la sua, insomma, una posizione ipocrita nel senso etimologico del termine? Nel libro, poi, Churchill fa riferimento alle difficoltà economiche italiane dell’epoca (spese militari in Abissinia, Spagna e Libia), e al desiderio impellente di Mussolini di ottenere parecchio denaro in prestito: se l’Impero britannico, allora ricchissimo, glielo avesse fornito avrebbe davvero potuto spingere il tiranno italiano lontano da Hitler? Purtroppo non possiamo sapere come sarebbero andate le cose se Churchill fosse diventato Primo Ministro prima e non dopo l’inizio del conflitto. Certo è che la stima di Churchill nei confronti di Mussolini si sarebbe presto sciolta come neve al sole durante la guerra. Ed io mi domando se lo statista inglese non avesse apprezzato Mussolini per un motivo ovvio, ossia perché il capo fascista non era britannico e non viveva nell’isola con lui: se fosse successo lo avrebbe di certo combattuto in patria come avversario politico senza “se” e senza “ma”, anche in veste di partigiano se fosse stato necessario, e questo mi fa riflettere…

Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico "Mazzini", laureato in filosofia all'Università Statale del capoluogo ligure, ama la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all'estero (Zambia), si occupa da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al suo attivo ha numerose pubblicazioni - articoli e interviste - su giornali e riviste culturali nazionali ("Filosofia", "Avanguardia", "Poeti e poesia", "Ideazione", etc.). Da ricercatore in ambito letterario ha scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il suo breve saggio "Ragionare alla Poe", "Avanguardia" n. 59). E' stato il primo a parlare di "narratologia deduttiva". Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col suo pamphlet "Giovani e potere" - o "Giovani, sesso e potere" a seconda dell'edizione - (prefazione di Dino Cofrancesco), ha potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, si è occupato per i giornali anche di cultura. Di recente ha iniziato a pubblicare alcune poesie - o "testi rimati" come li definisce lui - sulla rivista "Poeti e poesia". Già membro della segreteria della "Enzo Tortora" di Milano e Consigliere generale della "Coscioni", si è occupato come oratore del referendum per l'abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano "Liberazione" - di ispirazione comunista - ad usare come allegato per la campagna il materiale dell'associazione radicale.

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