Agricoltura: preferibili gli immigrati ai fastidi dell’innovazione

Denunciare condizioni di arretratezza non significa necessariamente intendere che sussista un consenso generale e spontaneo al cambiamento: perché individui, gruppi e ceti che si avvan-taggiano del lasciar tutto com’è esistono eccome.

di Luca Cefisi | 9 settembre 2018

Appare sconcertante il livello dello sfruttamento della manodopera straniera (principalmente indiana e africana) nell’agricoltura italiana, che sembra passare nella generale indifferenza, tranne quando dei braccianti finiscono ammazzati, di fucile o per condizioni di lavoro disastrose. Da anni è addirittura tornata in auge la parola “caporalato”, che era considerata un relitto del passato. Ci sono tre dimensioni di cui tener conto: la prima è quella economica, di una filiera ad alti costi di trasporto e intermediazione che impone margini assai risicati ai produttori di agrumi e pomodoro, riversandosi inevitabilmente sulle condizioni di lavoro, il tutto in una condizione generale di arretratezza delle imprese agricole, sottodimensionate, a conduzione familiare sovente inadeguata. Emerge il problema della filiera: su 100 euro di spesa alimentare l’utile degli attori di filiera risulta ridotto a 3 euro, sproporzionati appaiono in particolare i quasi 6 euro di trasporti e logistica, il costo dell’energia, superiore alla media europea, e i costi di intermediazione (n. b. si approssimano qui dati Nomisma, semplificando a fini divulgativi). Naturalmente, è bene ricordare sempre che il profitto relativamente modesto dei produttori è bilanciato dal regime di aiuti pubblici (Politica agricola europea), senza il quale l’agricoltura semplicemente non si sosterebbe. Data la scarsa incidenza dei profitti sul costo finale, si dovrebbero ridurre i vari costi, e qui, la compressione del costo del lavoro è apparsa in molti contesti l’unica soluzione, di fronte alle resistenze a modificare assetti proprietari, modelli produttivi, costi alla luce del sole (fiscali, logistici, ecc.) e costi nascosti (la tassa esatta dalle mafie). Ecco quindi la seconda dimensione, quella socioculturale, cioè l’ampia diffusione e relativa tolleranza verso condizioni di poca legalità nelle campagne, la presenza di grandi e piccole mafie, e la debolezza contrattuale dei braccianti: si dovrebbe dire, con la necessaria franchezza, che una nuova leva di braccianti agricoli molto deboli sul piano contrattuale, perché privi di reti sociali e familiari di solidarietà, di conoscenza dei propri diritti e addirittura della lingua, è diventata a un certo punto l’elemento sul quale un sistema restìo al cambiamento e all’innovazione (parte a sua volta di una più generale resistenza tutta italiana all’innovazione) ha trovato possibile esercitare pressione. Questo è plasticamente rappresentato dalla scelta delle tendopoli, dove anche un immigrato regolare e tutt’altro che sprovveduto, anzi più consapevole della media, come il sindacalista Sacko Soumalya abitava; le tendopoli edificate dalla Protezione civile e dalle prefetture, intendiamo, non le baraccopoli spontanee o i casolari abbandonati dove alloggia un’altra parte, non trascurabile, di questi braccianti: quelle tendopoli, quindi, che sono stare una scelta precisa di intervento, che sottintende tutta un’altra serie di scelte e valutazioni non dichiarate, ma precise, quali la cronica precarietà e provvisorietà dei lavoratori agricoli extracomunitari, la loro ghettizzazione in luoghi separati, la sproporzione di uomini giovani e soli, in un contesto in cui le bassissime retribuzioni non permetterebbero né abitazioni migliori, né integrazione sociale attraverso la costituzione di una famiglia. La terza dimensione problematica, allora, diventa quella istituzionale e della legalità: a causa della debolezza dei controlli, dell’inefficienza dei centri dell’impiego nell’intermediare legalmente il lavoro, e qui ci sarebbe da aggiungere il problema dei falsi disoccupati in agricoltura che truffano l’Inps, che è speculare ai veri braccianti senza contributi Inps. In un quadro generale così complesso e cronicizzato, la legge Martina del 2016 è stata un passo importante, ma nessuna legge basta da sola a risolvere problemi tanto radicati, che riguardano un’arretratezza generale dell’agricoltura meridionale, nella cornice di una sofferenza del Mezzogiorno che può essere esemplificata da quei giovani italiani del Sud, che in questi anni si sono avviati sulla strada dell’emigrazione, ripercorrendo, con un alto livello di scolarizzazione, le orme dei loro nonni, che furono braccianti. La nuova emigrazione giovanile meridionale rappresenta l’altra faccia della medaglia dell’immigrazione straniera nelle campagne: risorse umane in partenza, in fuga da condizioni di lavoro deludenti grazie al sostegno familiare, che funge da retroterra e presta i soldi per partire, e risorse umane sovente di alto livello potenziale (buona parte dei giovani braccianti africani “invisibili” hanno livelli di istruzione e di competenza insospettati e non messi a profitto), che vengono sprecate e umiliate in tende e baracche. E’ appena il caso di chiarire che non si intende qui adombrare in alcun modo la teoria demenziale della “sostituzione etnica”: anche nelle migliori condizioni, le nuove leve migliori e più preparate saranno logicamente destinate a muoversi verso le città, quelle del mercato globale o perlomeno i principali centri regionali del Sud; la retorica del “ritorno alla terra” non regge, perché un’agricoltura moderna richiede urgentemente l’accorpamento delle troppe microaziende agricole, che oggi si incentrano su piccole produzioni, se non addirittura sull’autoconsumo familiare. Rimarrà quindi logico e necessario il ruolo di una manodopera immigrata che davvero fa dei lavori “che gli italiani non vogliono fare”, ma esiste sicuramente una modalità migliore di quella disastrosa a cui stiamo assistendo, una modalità che garantisca diritti, integrazione, legalità e opportunità, e che porti all’impiego crescente di nuovi imprenditori e nuovi tecnici, italiani e immigrati, nel quadro di aziende più grandi e più globali, segnando una ripartenza del progresso tecnico e aziendale nella campagne e una crescita delle opportunità. Nell’attuale massacro di futuro, di speranze, di giovinezza, prevalgono le rigidità del sistema, le resistenze conservatrici, e si conferma il bisogno di buon governo e di innovazione. Del resto, denunciare condizioni di arretratezza non significa necessariamente intendere che sussista un consenso generale e spontaneo al cambiamento: perché individui, gruppi e ceti che si avvantaggiano del lasciar tutto com’è esistono eccome. Si noti che Matteo Salvini è eletto proprio nel collegio calabrese di Rosarno, e la sua base elettorale è senza dubbio in quella parte della società locale restìa ai cambiamenti e meno solidale; non è una coincidenza che una delle prime dichiarazioni dell’attuale ministro dell’Interno abbia invocato un alleggerimento della legge Martina, che ostacolerebbe gli agricoltori. Il che, come minimo, indica una visione difensiva dell’agricoltura locale, che si vuole lasciare ferma ai suoi vecchi equilibri e alle sue arretratezze. Il conflitto, alla fine, è sempre tra conservatori e riformatori, e Salvini e Martina rappresentano bene i primi e i secondi. Per chi lo voglia vedere, sinistra e destra, progresso e conservazione sono alternative sempre ben vive e operanti.

Luca Cefisi

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