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Tuesday, October 31, 2006

In barca dal tabaccaio

Alluvione a Firenze
Il professore raccolse le due carte, le unì alle tre che aveva in mano, batté il tutto più volte sul tavolo e, come un vero giocatore di poker iniziò a “succhiellarle”. Come al solito, lo guardammo tutti: lui si sforzava di fare l’indifferente, ma dall’espressione del suo viso si capiva subito che gioco aveva. E fu In quei pochi secondi di suspense che un forte tuono, un vero boato, gli fece cadere le carte.
- Boia!… questo l’è cascato vicino, vicino…. – commentò Piero.
- Questa mano non vale… m’avete visto le carte – ribatte il professore.
- Forse l’è l’ora di smettere e andare a letto… - azzardò Nello.
Uno scroscio investì la persiana; la pioggia sembrava aumentare ancora di intensità.
- Un ci vorrete mica mandà via con quest’acqua… Io un c’ho neanche l’ombrello…
Facciamo un’altra mano o due… finch’è un ni smette di piovere - propose Piero.
- Allora speriamo che un smetta….. – ribatté il professore che stava sotto di qualcosa come duemila lire, l’equivalente di 4 o 5 pacchetti di sigarette.
Capitava di rado di riunirsi in casa nostra a giocare a carte. Quella volta capitò il 3 novembre del 1966. C’erano mio padre Raffaello, detto Nello, mio fratello Renzo, il suo amico Piero e un nostro vicino, professore di scuola. Avessimo dovuto dar retta alla pioggia avremmo fatto mattino.
Poco dopo le una babbo Nello si impose:
- Voi domattina dormite… Ma io lavoro…. –
Aveva da aprire il negozio: “Sali, tabacchi e drogheria”, una vecchia bottega come usava una volta; bancone e scaffali e vetrine di legno laccato stracolmi di tutto, dalle caramelle al lucido da scarpe, dalla mescita di vino ai quaderni per la scuola; dai detersivi ai sottaceti. E poi olio di oliva, pasta fagioli cannellini, sale fino e grosso: tutto venduto a peso; perfino le sigarette allora si potevano dare sfuse….
- Tre nazionali senza filtro e un bicchiere di quello rosso!….-
E con 50 lire di spesa il sor Adulio stava bene tutto il giorno.
Era in via Pasquale Villari, quella bottega, proprio in angolo con via Scipione Ammirato. Noi stavamo di casa quasi di fronte: al primo e ultimo piano di una palazzina di via Scipione Ammirato. Piero e il professore abitavano in via Villari, nel tratto che va verso via Gioberti.
Io mi addormentai verso le due cullato dalla pioggia che tamburellava sul tetto e dalla soddisfazione di sapere che l’indomani avrei potuto dormire fino a tardi: il 4 novembre era allora giorno di festa. Alle 7 del mattino, invece, una telefonata mi buttò giù dal letto…
- Pronto… Come state?…. Come va costì da voi?…. - Era la zia Maria che abitava
all’Isolotto - Qui c’è tutta la strada allagata…. Dicono che ha dato di fori l’Arno…-
Intontito dal sonno andai alla finestra: era quasi smesso di piovere, c’era qualche pozzanghera qua e là ma nessun allagamento.
- Macchè Arno, zia!… Avran dato di fori le fogne…..- E me ne tornai a letto.
Dopo poco si alzò mio babbo:
- Oh!… Un c’è acqua…. Stamani un ci si lava nemmeno i viso…. –
Uscito di casa lui si alzarono dal letto anche mia mamma e mia nonna:
- E’ vero… un c’è acqua… E l’è andata via anche la luce….-
- In piazza Alberti e deve esser successo un incidente… E c’è una fila di macchine che sonano…. –
Non c’era verso di riprender sonno. Troppe cose non tornavano. Mi venne istintivo, allungai un braccio e accesi la radiolina a transistor che tenevo sul comodino. Beccai giusto un giornaleradio:
- “La situazione a Firenze, tagliata in due dalla piena dell’Arno, si sta facendo sempre più drammatica….” –
Corsi alla finestra; in via Scipione Ammirato niente era cambiato rispetto ad un ora prima. Davanti al negozio di mio padre c’era però un capannello di gente.
Non mi ricordo di preciso quello che pensai in quei momenti, né quello che dissi né quello che mi misi addosso per uscire. Mi ricordo solo di essermi trovato in strada, insieme a mio fratello, fermo, imbambolato, in mezzo all’incrocio di via Pasquale Villari, a guardare verso via Gioberti. In quella strada, una fila di automobili stava andando verso piazza Beccaria, nel senso di marcia giusto e alla velocità solita; però non viaggiavano sulle ruote: senza nessuno a bordo, viaggiavano a pelo d’acqua, spinte dalla corrente di un fiume che arrivava già a quasi un metro di altezza.
In via Villari, grazie alla discreta pendenza della strada, l’acqua arrivava invece appena poco più in su dell’ultimo sporto del Morozzi, il negozio di biciclette all’angolo con via Gioberti.
In bottega non era successo niente. Il capannello era formato da gente che voleva far scorta di roba.
- Guarda come si sta in cantina – Mi disse babbo Nello.
C’era una botola dietro al bancone e da quell’apertura si accedeva, attraverso una scala di legno alla cantina che faceva, in pratica, da magazzino. Uno strato di acqua melmosa copriva già il pavimento. “Salviamo la roba”, pensai; e insieme a mio fratello cominciammo a correr su e giù, come matti, portando fiaschi di vino, olio, scatole…. E siccome sugli scaffali non c’era posto, sistemammo tutto, alla meglio, sul pavimento di bottega.
L’acqua continuava a salire; quando ci arrivò sopra ai ginocchi smettemmo di scendere in cantina. Si correva il rischio di affogarci. E proprio pensando a questo pericolo, mio fratello si ricordò del professore: viveva in un seminterrato, al di là della strada, quasi alla stessa altezza della cantina. Andammo a vedere. Altri due o tre abitanti del suo palazzo ci avevano già pensato: visto che i campanelli non funzionavano e che battendo alla porta non avevano ottenuto risposta, bussarono alle finestre.
- Dorme della grossa…. –
- Non gli sarà mica successo qualcosa!… Rompiamo i vetri…. –
Finalmente si udì la voce del professore; più che imprecazioni parevan moccoli… Poi si udì un gran trambusto, uno sciaguattio… e una finestra si aprì:
- Mi s’è allagata la casa… L’avevo detto io che quel tubo perdeva… Fatemi un piacere… Chiamatemi un trombaio…. –
Povero professore; poche ore prima aveva invocato la pioggia e ora si ritrovava in pigiama, mezzo bagnato, con il letto che galleggiava. Comunque salvò qualche libro, un po’ di biancheria e…. se stesso. Appena in tempo: pochi minuti e arrivò una nuova ondata di piena. L’acqua cominciò ad arrampicarsi a vista d’occhio su per via Villari. In via Scipione Ammirato cominciavano a correre, lungo le zanelle dei marciapiedi, due rivoli d’acqua provenienti da piazza Alberti.
In un paniere si mise un pacco di candele, tre o quattro bottiglie d’acqua, un po’ di scatolette di tonno e qualche pacchetto di biscotti. Si chiuse bottega e si scappò in casa. Gli inquilini del piano terra avevano caricato in macchina alcune cose e se ne stavano andando.
- Venite su da noi… Portate su un po’ di roba…. – Gli propose babbo Nello.
- Si va da dei nostri parenti, a Settignano… E si fa per prudenza… Tanto qui da noi l’acqua un’arriva. Siamo molto più in alto rispetto a via Gioberti…
E invece arrivò anche lì. Dieci, venti minuti ancora e anche via Scipione Ammirato si trasformò in un fiume in piena. L’acqua melmosa invase il pianerottolo del piano terra e cominciò a ricoprire gli scalini che portavano al primo e ultimo piano della palazzina: il nostro. Prima uno, poi due, tre, quattro…..
Quando l’acqua arrivò a lambire il quinto scalino se ne andò la nostra Fiat 600, parcheggiata davanti casa. La macchina prima alzò il muso, poi cominciò a girarsi verso il centro della carreggiata ed infine partì, decisa, seguendo la corrente.
Al settimo scalino cominciammo a preoccuparci seriamente. Ogni tanto io scendevo e li contavo. Guardavo l’orologio e calcolavo i tempi: “A questa velocità, tempo una, due ore al massimo e l’acqua arriverà da noi”. Mi tornarono in mente i documentari che avevo visto al cinema, al tempo dell’alluvione nel Polesine e iniziai a pensare a come fare per portare la nonna (85enne) sul tetto.
Due boati, a distanza di poco tempo l’uno da l’altro, mi scombussolarono tutti i piani. Due colonne di fumo nero si alzavano in fondo a via Scipione Ammirato, dal lato di piazza Beccaria. Erano saltati in aria (si seppe dopo) due depositi di carburo. Da alcune terrazze, sempre in fondo a via Scipione Ammirato, cominciarono ad essere agitati lenzuoli bianchi come chiari segnali di aiuto. Qualcuno sparò anche qualche colpo in aria con fucili da caccia.
“E’ stato il gas…. Saltano i tubi del gas…” Si sentì gridare….
“Si more tutti….” Sentenziò la mi’ nonna….
Da piazza Alberti, dove, per la pendenza delle strade, l’acqua era più bassa, tentarono di arrivare i soccorsi. Prima provarono i militari con un grosso camion dell’esercito, di quelli con il tubo di scappamento sul tetto della cabina di guida. Arrivò fin oltre l’incrocio con via Villari poi, poco dopo casa nostra, la forza della corrente ebbe la meglio: i soldatini che erano a bordo fecero appena in tempo ad accostarsi al un palazzo e ad entrare, attraverso il tetto della cabina e una terrazza, in una casa. Poi tentarono i pompieri con una barca. Anche loro, arrivati all’incrocio con via Villari, dovettero desistere. Legarono la barca all’inferriata del giardinetto della nostra bottega e si rifugiarono nel palazzo accanto, in casa di Adalberto Scarlino.
Ho ancora in mente quella barca legata al cancello. Se qualcuno mi avessero predetto una cosa del genere l’avrei invitato a fare una visita al manicomio di San Salvi!
Quando l’acqua arrivò a dieci scalini dalla nostra porta il flusso di crescita iniziò a diminuire. Si fermò a otto scalini e lì si mantenne per un tempo che mi parve interminabile. Poi nel corso della notte cominciò finalmente a calare. La mattina del 5 novembre noi potemmo scendere in strada.
In via Gioberti l’acqua rimase invece più a lungo così come nei seminterrati e nella nostra cantina. In bottega l’acqua, ritirandosi, aveva portato con se tutti i fiaschi e le scatole che avevamo sistemato sul pavimento. In pratica, sempre attraverso la botola che era dietro al bancone, aveva riportato in cantina tutte le nostre fatiche… ed i rischi, corsi il giorno prima.

Roberto Tamburri

ASCOLTA L'ALLUVIONE
L 'Alluvione è una delle più celebri canzoni di Riccardo Marasco, cara a tantissimi fiorentini: un vero must per le generazioni di giovanissimi che si sono succedute dal '66 ad oggi. Aderente allo spirito di una città abituata a schernire i propri nemici ma anche incline all'autoironia.
Pensalibero propone ai propri lettori il riascolto della canzone l’alluvione ed una breve intervista all’autore, attivo in prima persona in quei drammatici giorni Clicca qui



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11/7/2006 - 14:46

Claudio L. - Arcidosso
Come può essere stato brutto strumentalizzare allora, lo è certamente e senza dubbio oggi...

11/6/2006 - 22:14

Antonio Dani - Firenze
La questione non è la legittimità della memoria ma l'impronta che le fu data. A.Dani

11/6/2006 - 19:17

Milena Samà - Firenze
E invece no.E' sempre bene ricordarli tutti gli avvenimenti,alluvione compresa,con e senza retorica.Privi di memoria saremmo davvero dei poveri dementi senza storia,pronti a commettere o a ripetere gli stessi errori od....orrori!! Questi "vecchi rimbecilliti" si sono dimostrati in quella tragica circostanza del 4/11/1966 persone di grande valore e coraggio.Non tutti,naturalmente.Ma i più si sono rimboccati le maniche e,senza troppo lagnarsi od elemosinare aiuti,hanno lavorato giorno e notte restituendo a se stessi ,prima,al mondo,poi,il loro immenso patrimonio artistico,culturale e di dignità.
Da non fiorentina,infatti,ho potuto apprezzare appieno questa loro indiscussa qualità.Nel momento del bisogno,quello vero,uno di Firenze non si tira indietro,magari impreca,bestemmia ti prende in giro con battutacce caustiche,ma ti da sempre una mano dimentico del colore politico di appartenenza ,della squadra di calcio,del quartiere etc.Uno di Firenze ti aiuta,ma deve poterci ridere e scherzare sopra vita natural durante...

11/3/2006 - 10:17

Antonio Dani - Firenze
L'alluvione fiorentina del 1966 è ormai un tormentone retorico di cui mi sembra sfugga l'indotto politico. Il gioco è stato assimilare l'Arno incattivito al fascismo incombente, gli angeli del fango ai partigiani, i soccorsi internazionali agli Alleati che avanzano, la resurrezione di Firenze alla liberazione, per cui l'alluvione avvenne in realtà l'11 agosto 1966 e non il 4 novembre. Penso con sgomento al 2016, a come si ripeterà il tormentone bolso con le testimonianze degli angeli del fango in sedia a rotelle. Per quel tempo spero di essere crepato o lontano da questa città di vecchi rimbecilliti. Antonio Dani

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