64° Festival Pucciniano: Largo ai giovani (quando lo meritano) – Il Convitato di pietra di Giovanni Pacini

Servizio di Stefano Mecenate

di Stefano Mecenate | 5 settembre 2018

Dopo MONTEZUMA, opera in tre atti di Baldassare Galoppi andata in scena nell’Auditorium “E.Caruso” del Gran teatro Giacomo Puccini, il Festival Puccini va in trasferta a Viareggio nel giardino di Villa Paolina (che fu di Paolina Bonaparte, donna per la quale Pacini scelse proprio Viareggio come sua nuova residenza) per proporre un’opera nata proprio in questa cittadina nel lontano 1832 durante un Carnevale, IL CONVITATO DI PIETRA: “…rappresentata nel teatrino particolare di casa Belluomini a Viareggio; successivamente rappresentata nel Teatro regio di Viareggio nell’estate 1832”. 

Come Pacini stesso annota brevemente nelle sue memorie, Le mie memorie artistiche: “Nel carnevale successivo (1832) composi pel gran teatro della Fenice di Venezia l’Ivanhoe… Dopo il conseguìto successo mi recai di bel nuovo in famiglia, ove durante la mia dimora mi occupai di una piccola operetta intitolata: il Convitato di pietra, che venne eseguita da mia sorella Claudia, da mia cognata, da mio fratello Francesco, da mio padre, e dal giovane Bilet di Viareggio nel teatrino particolare di casa Belluomini“.  

Così cita il libretto dell’edizione critica basata sull’autografo del compositore e sui materiali utilizzati per la rappresentazione curata da Jeremy Commons e Daniele Ferrari. E proprio il M° Daniele Ferrari ha diretto questo allestimento la cui regia porta la firma di Giandomenico Vaccari, collaudato e critico osservatore del mondo dell’opera che così ci porta all’interno di questa suggestiva “farsa (o operetta)” in due atti: “I personaggi di Pacini sono in perenne e inutile ricerca di un autore che testimoni e confermi  la loro presunta grandezza e la storia di Don Giovanni, delle sue donne, di Ficcanaso ex Leporello e del Commendatore vittima e giustiziere, ci appare inscritta in uno spazio  drammaturgico astratto e rarefatto. Il regista deve muoversi in questo vuoto con cautela e decisione, disegnando, per i suoi personaggi, delle geometrie comportamentali sempre in bilico fra mimesi psicologica e straniamento, all’interno di uno spazio scenico da cui si esce e si entra in modo  nevrotico al pari della storia rappresentata”. 

A interpretare quest’opera decisamente non facile sia dal punto vocale che interpretativo i giovani dell’Accademia del Festival chiamati a misurarsi non già in ruoli di comprimariato ma di primo piano: una sfida che è stata accettata con entusiasmo dimostrando di saper cogliere l’opportunità approfondendo la partitura con l’esperto Maestro Ferrari e, anche con pochi giorni a disposizione, a dar vita ad uno spettacolo di indiscusso valore. 

Scenicamente, Vaccari ha ritenuto di affidarsi a pochi elementi scenici capaci di suggerire piuttosto che descrivere l’ambientazione preferendo lavorare sulle doti attoriali dei ragazzi per creare le atmosfere giuste. 

L’ascolto dell’opera, specie per chi non ha mai avuto l’opportunità di avvicinarvicisi, è decisamente interessante come pure la caratterizzazione non convenzionale dei personaggi che, pur riprendendo esattamente le vicende del Don Giovanni, se ne allontanano per una sorta di distacco e ironia verso gli accadimenti e per un finale che non punisce conducendo all’inferno l’impenitente tombeur de femmes ma, grazie ad una sua strategica fuga in estremis, lo inchioda per l’eternità ad un ruolo che diviene “prigione” e limite per la sua persona. 

Buono il lavoro che il M° Ferrari ha fatto anche con l’Orchestra del Festival Puccini cercando di far restituire al massimo le sfumature della partitura che acquista una sua significativa identità. 

Ottima la prova offerta da Alessandro Ceccarini che ha vestito i non facili panni di Ficcanaso (quello che in Mozart è Leporello): ironia, garbo, padronanza scenica hanno accompagnato una vocalità morbida e precisa capace di modellarsi a questo multiforme personaggio: Perdute alcune rigidità che lo avevano accompagnato in altre performance, Ceccarini ha mostrato di padroneggiare bene la sua voce con una consapevolezza che lo ha fatto, almeno a nostro avviso (ma gli applausi del pubblico ce ne hanno dato in qualche modo conferma), il vero protagonista della serata. 

Molto bella anche la performance di Daniela Nuzzoli, Donna Anna, che ha impresso al personaggio una personalità forte e al contempo appassionata. Pregevole l’interpretazione di Alessandro Biagiotti, Masetto, più che buona quella di Francesco Napoleoni (Don Ottavio) e Massimo Schillaci (il Commendatore). 

Qualche riserva pur offrendo standard qualitativi buoni per le voci di Vladimir Reutov, Don Giovanni, e Michaela Sarah D’Alessandro, Zerlina,  il primo un po’ discontinuo l’altra ben impostata ma dal volume un po’ esile per uno spettacolo all’aperto. 

Il Progetto Pacini, che vede con questa opera la sua prima e importante iniziativa, è frutto della collaborazione tra la Fondazione Festival Puccini e l’Associazione Amici del Festival Pucciniano che lo scorso anno hanno proposto la figura di questo compositore così profondamente legato a Viareggio da meritarne una “riscoperta” più attenta. 

Va in questo senso la pubblicazione da parte della casa editrice dreamBOOK edizioni del volume Giovanni Pacini e il Convitato di Pietra che, oltre a contenere il libretto dell’opera e le note di regia, propone due saggi: il primo, del 1983, di Leila Luisi Galleni dal titolo “Giovanni Pacini, un cittadino di Viareggio da rcordare” che traccia con perizia le caratteristiche principali di questo compositore e il suo profondo legame con la città, il secondo del 2018 di Lisa Domenici, “Giovanni Pacini, Prove di renaissance, dove, partendo anche dagli esiti del convegno internazionale “Intorno a Giovanni Pacini” a cura di Gabriella Biagi Ravenni e Carolyn Gianturco, docenti all’Università di Pisa, del 1996 in occasione del  200° anniversario della nascita del compositore, invita ad una maggiore attenzione verso questo artista che, seppure conosciuto sia per le sue produzioni operistiche che per quelle sinfoniche, è ancora sicuramente da approfondire. 

Dello stesso parere, sia il Presidente della Fondazione Festival Puccini, Alberto Veronesi, che la Presidente della Fondazione Carnevale, Maria Lina Marcucci, che nel corso della conferenza stampa di presentazione del Convitato di Pietra, si sono dimostrati interessati e disponibili a continuare sul Progetto Pacini dando vita, per il 2019, ad appuntamenti con la musica di Pacini da realizzare in Viareggio in sedi diverse. 

Intervista al Daniele Ferrari 

Quando e perché ha incrociato Giovanni Pacini? 

Nel 1994 Sergio Segalini, recentemente scomparso, mi chiese se, in occasione del bicentenario della nascita del compositore, avessi qualche proposta originale. 

Esaminato il catalogo delle sue opere, fui incuriosito dal titolo: mai, prima di allora, m’ero imbattuto in un Don Giovanni italiano ottocentesco. Non ve n’era traccia nemmeno nella copiosa bibliografia riguardante i melodrammi basati sul “mito” occidentale di Don Giovanni. 

Come ha avuto modo di dirci nel corso della conferenza stampa, Pacini è stato il “tramite” per incontrare Jeremy Commons: può parlarci del vostro sodalizio e del lavoro che avete fatto intorno a Convitato di Pietra? 

Il lavoro sul Convitato iniziò quando esaminai il manoscritto. Vi erano inseriti numerosi foglietti, con appunti volti a fornire indicazioni sulla struttura dell’opera. Su ognuno vi era la firma di Jeremy: chiesi quindi al Bibliotecario chi fosse e, dopo una telefonata intercontinentale (Jeremy risiede a Wellington, in Nuova Zelanda), iniziammo a lavorare sull’opera, diventando in poco tempo amici. La comunicazione era affidata a fax e posta; internet era ancora poco diffuso. Jeremy aveva completato una iniziale ricostruzione della struttura dell’opera, che fu la base per affrontare tutto il lavoro di revisione musicale. Jeremy si è occupato principalmente della parte musicologico-drammaturgica, io del lavoro squisitamente tecnico-musicale. Le difficoltà più grosse sono state la totale assenza dei recitativi del secondo atto e la revisione della partitura sulla base del manoscritto di Pacini, il quale aveva notoriamente una pessima calligrafia che tutt’oggi rende difficoltoso il recupero dei suoi lavori. 

Jeremy Commons (io non lo sapevo, all’epoca) è un grande studioso di opera italiana ed ha contribuito con i suoi studi all’approfondimento ed al recupero di tanti compositori “inghiottiti”, a volte immeritatamente, dalla storia. Grande uomo di teatro, è lui stesso librettista d’opera. Attende, ahimè, da troppi anni che io completi la composizione della musica per un libretto che io stesso gli ho chiesto di scrivere: un autentico gioiello! 

 Opera complessa e per nulla da salotto, anche se nata per il salotto di Palazzo Belluomini… 

L’opera fu probabilmente “commissionata” a Pacini proprio dai familiari, i quali cantarono tutti i ruoli ad eccezione di Masetto (che fece anche il Commendatore) e Duca Ottavio. 

Fu eseguita nel piccolo teatro di Casa Belluomini a Viareggio, dimora della sorella (cantante, fu la prima Zerlina), che aveva sposato un famoso medico, Antonio Belluomini. 

Potremmo affermare che è un’opera scritta per un teatro piccolo, ma non è assolutamente una piccola opera. È infatti molto impegnativa sia per la parte vocale, sia per la parte strumentale, in quanto l’orchestra è costituita da soli archi e due flauti, probabilmente perché il progetto di carattere “familiare” esigeva una produzione di dimensioni limitate. 

Don Giovani rappresenta certamente un personaggio emblematico che letteratura, musica, cinematografia ha dipinto con mille sfaccettature diverse; chi è secondo lei Don Giovanni e come giudica, da musicologo e direttore d’orchestra, i Don Giovanni rappresentati nel melodramma? 

Sull’argomento c’è una cospicua bibliografia che è assai complesso riassumere in poche righe. Limitando il discorso a Pacini, potrei affermare che il suo Don Giovanni è un’opera spensierata, che non vuole proporre domande esistenziali, né tantomeno dar loro risposta, ma si limita al racconto delle gesta di un personaggio che, più che un demonio travestito da uomo, è per Pacini solo un eterno adolescente che non vuol crescere. Una commedia, attraversata da sentimenti marcati e da qualche perturbazione drammatica. 

Musicalmente quali sono le caratteristiche più importanti della partitura paciniana? 

Sicuramente una vena melodica inesauribile, sempre viva e raffinata, perfettamente inserita nello stile di inizio ottocento, un po’ Bellini, un po’ Rossini, se vogliamo cercare affinità. Colpisce, in particolare, la scrittura orchestrale, assai densa, quasi cameristica, sempre di supporto alla parte vocale, ma mai relegata ad uno stanco accompagnamento. Nella produzione che andrà in scena a Villa Paolina venerdì 24, per la prima volta verrà eseguito il duetto alternativo scritto da Pacini per Don Giovanni e Zerlina. I recitativi, inoltre, verranno cantati. 

Come è stata la sua collaborazione con il regista di questo allestimento viareggino Giandomenico Vaccari? 

Non avevo mai lavorato prima d’ora con Giandomenico, ma l’intesa, fin dalle prime telefonate, è stata immediata. È un professionista con idee che si innestano nel percorso drammaturgico, a differenza di una consuetudine che non condivido: quella di far entrare a qualunque costo un’opera in un altro percorso narrativo, ideato e pensato astrattamente dal regista. 

Credo che la dimensione del racconto nell’allestimento di un’opera sia essenziale, ma debba essere coerente: sia la musica, sia la regia hanno il dovere di trovare nuovi livelli interpretativi, ma sempre all’interno dell’opera stessa. Un ulteriore elemento condiviso con Giandomenico è stato quello di eseguire, per la prima volta, i recitativi cantati, lasciando però il segno della ricostruzione, come nelle moderne tecniche di restauro. Per questo motivo saranno accompagnati non dal cembalo, ma dal pianoforte. 

I giovani cantanti di questo allestimento sono in gran parte quelli dell’Accademia Pucciniana: un impegno non indifferente per giovani voci come le loro… 

Assolutamente sì, e confesso che di questo ero un po’ spaventato. I timori sono svaniti alla prima prova musicale: ho immediatamente percepito di aver di fronte dei professionisti i quali, proprio in quanto giovani, avevano ancor più desiderio di capire, di approfondire e anche di osare, talvolta. Il lavoro insieme è stato davvero entusiasmante. 

Sono molto esigente con cantanti e orchestra, perché non si può dire di far musica eseguendo solamente le note giuste. La voce, gli strumenti musicali sono solo i mezzi con i quali gli interpreti danno vita alla musica dei compositori. I suoni nascono nel nostro cervello ed escono nella voce e negli strumenti filtrati dal cuore, per tentare di raggiungere l’anima di chi ascolta. 

Quali programmi futuri intorno a Pacini  

La Fondazione Festival Pucciniano ha espresso l’intenzione di proseguire questo percorso volto a riproporre i melodrammi meno noti di Pacini. Certo, i problemi da affrontare non sono pochi, e speriamo che possano trovare soluzione, per realizzare un’operazione culturale importante non solo per Viareggio e per il Festival, ma anche per tutta la cultura musicale ed operistica. 

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra. Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l'organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

Rispondi

Il suo indirizzo e-mail non verrà pubblicatoI campi obbligatori sono marcati *

*