63° Festival Puccini, Tosca con finale…. a sorpresa

di Stefano Mecenate | 1 agosto 2017

Una bella serata di musica con… sorpresa finale, questa in sintesi la prima torrelaghese di questa attesa Tosca che torna con la regia di Enrico Vanzina. Terza delle opere in cartellone di questa 63° edizione del Festival Puccini, Tosca costituisce un boccone allettante per i melomani ed un’opera di forte impatto emotivo anche per i neofiti del melodramma.

Prova di ciò il quasi sold out di questa prima che già sulla carta aveva i numeri per un successo che si è confermato a fine serata.

Tosca è un’opera delicata, fragile nella sua essenza più profonda che deve essere suonata e interpretata con grande consapevolezza e con grande amore.

In questa “storia di un giorno” (quel fatidico sabato 14 giugno 1800, giorno della battaglia di Marengo), si incontrano personalità diverse che celebrano un sacrificio di sangue e di amore che non lascerà scampo a nessuno. Ognuno dei personaggi principali pagherà con la vita ciò che ha scelto (o non scelto) di fare in quelle ore che vanno dalla fuga da Castel sant’Angelo di Cesare Angelotti, bonapartista ed ex console della Repubblica Romana, all’estremo gesto di Flora Tosca, cantante famosa e amante di Cavaradossi.

Poche ore ribaltano i destini di uomini che mai avrebbero immaginato di chiudere la loro vita in quel modo: né il cavalier Mario Cavaradossi, pittore e “volterriano” come lo appella il sacrestano, certamente un patriota, né il Barone  Scarpia (Vitellio, siciliano, come Sardou lo identifica nell’omonima piece teatrale da cui Puccini ha tratto l’opera), capo della polizia e attratto (non innamorato, lui non forse conosce l’amore come reciproca donazione, come reciproco affidarsi; lui è convinto che: “Bramo. – La cosa bramata perseguo, me ne sazio e via la getto…volto a nuova esca. Dio creò diverse beltà e vini diversi… Io vo’ gustar quanto più posso dell’opra divina!“)  dalla bella Floria Tosca, ahimè amante fedele di Cavaradossi quindi da lui doppiamente odiato, come rivale e come “nemico” dello stato Pontificio. Odio ben ricambiato considerato ciò che Cavaradossi dice all’amico Attavanti: “Scarpia?! Bigotto satiro che affina colle devote pratiche la foia libertina e strumento al lascivo talento fa il confessore e il boia!

E poi lei, Floria, devota e fedele nonostante il suo essere diventata celebre cantante frequentatrice dei migliori salotti romani: lei che al suo Mario chiede solo: “Non la sospiri la nostra casetta che tutta ascosa nel verde ci aspetta? Nido a noi sacro, ignoto al mondo inter, pien d’amore e di mister? Al tuo fianco sentire per le silenziose stellate ombre, salir le voci delle cose!“, si troverà dapprima a fronteggiare le voglie di Scarpia col suo vile ricatto “A misero prezzo tu, a me una vita, io, a te chieggo un istante!” poi a giungere ad ucciderlo per mantenere la sua fedeltà, ed infine, tradita da una falsa promessa: “Il prigionier sia fucilato. Come facemmo col Conte Palmieri… Un’uccisione simulata! Come avvenne del Palmieri!“, a scegliere la via del suicidio piuttosto che cadere nelle mani delle guardie.

Vissi d’arte, vissi d’amore, non feci mai male ad anima viva! Con man furtiva quante miserie conobbi, aiutai… Sempre con fe’ sincera, la mia preghiera ai santi tabernacoli salì. (…)Nell’ora del dolore, perché, perché Signore, perché me ne rimuneri così?” Parole che mettono i brividi in bocca a quella donna sofferente perché il suo uomo è messo sotto tortura e umiliata dalle voglie arroganti di quell’aguzzino; parole che fanno pensare a realtà molto vicine a noi di violenze e ricatti non meno sordidi e ingiusti…

Questa premessa vale solo per dire come, con queste premesse, la responsabilità degli “attori” di ogni allestimento (regista, direttore d’orchestra, cantanti) è davvero notevole e come solo una perfetta sincronia tra loro possa dare origine ad una serata degna del compositore di questa incredibile opera.

Se non “magica”, almeno bella la serata della prima di Tosca lo è stata: il gioco di incastri tra i veri soggetti ha funzionato abbastanza e il pubblico ha risposto, commosso ed appassionato, con una pioggia di applausi iniziati durante la rappresentazione a segnarne le pagine più commoventi, e finiti al momento della ribalta.

Le scene sono quelle dello scorso anno, essenziali forse in qualche momento non sufficienti ma in ogni caso capaci di accogliere e raccogliere la vicenda in modo coerente e pertinente. Il disegno luci di Valerio Alfieri, seguendo certamente le indicazioni di regia, non è stato sempre efficace ma quando lo è stato ha confermato le indiscutibili capacità della sua mano nell’accompagnare la storia e la musica con un pathos ed una delicatezza notevoli.

Dejan Savic, direttore principale del Teatro dell’Opera di Belgrado, ha esordito con dei tempi decisamente lenti che sono andati regolarizzandosi offrendo una piacevole ed intensa lettura delle partitura e guidando senza incertezze l’Orchestra del festival tra le pagine di quest’opera con una misurata intensità quasi che ne cercasse più le voci interiori di quelle ormai ben note al pubblico.

Che dire della regia? Enrico Vanzina non è certo uno sprovveduto né un neofita e lo si nota subito dall’impostazione di ogni scena dove la parte attoriale assume un valore significativo nell’equilibro voce/scena. Del resto, ricordando quello che aveva detto: “Quando il Maestro Veronesi mi ha proposto di dirigere Tosca,  sono stato preso di contropiede. Giacomo Puccini è un mio idolo sin dai tempi in cui studiavo pianoforte. E Tosca è una delle opere che preferisco in senso assoluto. Teatro e spettacolo puro. Illuminati da una musica potente che ti trafigge il cuore. Impossibile per me non accettare”, non potevamo aspettarci una regia anonima. Pur nel rispetto del libretto, la drammaturgia è stata complessivamente ben curata cosicché lo spettacolo è apparso quasi un film nel quale era facile immedesimarsi, perdendosi dentro quelle immagini “scolpite” sulla scena. In tale contesto, abbiamo compreso poco il mancato utilizzo per tutto il terzo atto dello schermo posto alle spalle della scena che poteva essere ben utilizzato per proiettare il progressivo ed inarrestabile passaggio dalla notte all’alba su quella Roma che è apparsa assente fin dall’inizio quasi fosse estranea alla vicenda, mentre proprio perché a Roma quella vicenda assume un valore ulteriore e decisivo. E poi, quel finale davvero “a sorpresa” ci ha sorpresi senza coinvolgerci né emozionarci: lo abbiamo “incassato” come si incassa un uppercut al termine della ripresa.

Belli i costumi, ancora una volta affidati a Floridia Benedettini e Diego Fiorini: sontuosi ma non esagerati quelli di Tosca, eleganti ed essenziali gli altri: abiti che si indossavano nella realtà di quel tempo e non abiti di scena, un pregio notevole di chi sa rendere vivo il palcoscenico senza ricorrere ad inutili eccessi.

Confermando, anzi implementando il successo riscosso lo scorso anno, He Hui ha interpretato superbamente il ruolo di Tosca mostrando una voce morbida, intensa, di bel colore, ampia e capace di offrire ogni emozione contenuta nella partitura. Il soprano cinese ha aggiunto alle proprie doti naturali uno studio evidentemente meticoloso dell’opera ma anche della pronuncia italiana che le consente di fraseggiare senza gli abituali errori degli interpreti del “celeste impero”.

Meno emozionante, pur cavandosela alla fine positivamente, Dario Di Vietri, è stato un Cavaradossi un po’ sbiadito al quale, forse, avremmo voluto chiedere le performances che avevamo apprezzato in altre circostanze.

Bella, sicura e sempre presente la voce di Alberto Gazale, uno Scarpia irridente, altezzoso, sprezzante che al peso del ruolo e della nobiltà preferisce l’arma dello scherno, dell’umiliazione, del sarcasmo. Una bella e interessante interpretazione che ha saputo dare sia vocalmente che scenicamente e che gli è valso un grande tributo del pubblico.

Buona la prova di Davide Mura, Angelotti, come pure quella di Claudio Ottino, il sacrestano, a nostro avviso costretto a fare un po’ troppa macchietta con quell’uscita con la bottiglia in bocca e con altre gigionerie non necessarie. Citiamo anche con piacere Francesco Napoleoni, Spoletta, Andrea De Campo, Sciarrone, Alessandro Biagiotti, un carceriere, e Sara Mancuso, il pastorello, il Coro del festival diretto dal M° Salvo Sgrò e quello delle voci bianche diretto da Viviana Apicella.

Tosca tornerà sul palcoscenico del Gran teatro Giacomo Puccini il 10 e il 19 agosto, mentre la prima opera a tornare sarà Turandot il 4 di agosto con la direzione di Vegard Nilsen. Nel cast Irina Rindzuner nel ruolo di Turandot, Amadi Lagha in quelli di Calaf, Dafne Tian Hui in quelli di Liù, Raffaele Raffio in quello di Ping, Alessandro Guerzoni in quello di Timur.

Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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