Perchè la sinistra italiana rappresenta oggi l’eccezione Europea alla socialdemocrazia
Difficilmente i riformisti hanno rappresentato negli anni la maggioranza del Psi, il quale è quasi sempre stato a maggioranza massimalista.
In Italia il partito di massa che rappresentò il movimento operaio, nato a Genova nel 1892, fu Il Partito Socialista Italiano. Analogamente ai maggiori partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti europei, anche il Psi vide svilupparsi al suo interno correnti “di destra” e “di sinistra”; con questi nomi intendiamo chiaramente la storica contrapposizione di riformisti e rivoluzionari.
La prima corrente, con il suo leader storico Filippo Turati era raggruppata attorno alla rivista Critica Sociale ed ebbe, fino agli anni del biennio rosso, il netto predominio del gruppo parlamentare.
La seconda corrente, massimalista e rivoluzionaria, ha avuto diversi leader, da Labriola a Serrati, passando per i fuoriusciti Benito Mussolini, Togliatti e Gramsci. Il primo per creare il fascismo, i secondi per creare il partito comunista.
La corrente massimalista aveva invece il predominio della direzione nazionale.
Il dualismo delle correnti si evidenziava infatti anche dalla contrapposizione tra gruppo parlamentare e direzione nazionale, l’uno riformista l’altro massimalista.
Attorno al 1922, tuttavia, in Europa vi fu un fenomeno di massa all’interno dei grandi partiti operai, ossia la divisione netta tra correnti che ripudiavano il leninismo e la rivoluzione russa e correnti che invece intendevano aderire ai cosiddetti “21 punti” di Mosca e del Comintern. Tra le 21 condizioni di Nicola Lenin vi era quella di sostituitre il nome “socialista” con “comunista” sulla linea del Pcus; quello di espellere dal partito le correnti riformiste centriste, i cosiddetti “menscevichi”, e quella di rivedere il manifesto dei valori del partito e mettere la rivoluzione armata e la futura dittatura del proletariato come prinicipii chiave.
In tutti i partiti socialisti europei, dunque, vi furono grandi scissioni in cui fuoriuscirono tutte le correnti massimaliste per andare a fondare nuovi partiti “comunisti”, analogamente a quello russo, il Pcus. I partiti socialisti divennero perciò degli autentici partiti socialdemocratici e riformisti.
In Italia cosa successe?
In teoria successe la stessa cosa: vi fu nel 1922 il Congresso di Livorno dove la corrente di Ordine Nuovo facente capo a Gramsci, Togliatti e altri esponenti filosovietici uscì dal partito e creò il Partito Comunista d’Italia (PCd’I).
In pratica, tuttavia, non fu affatto la stessa situazione che si creò in Europa. Le scissioni europee colpirono intere correnti. I nuovi partiti furono totalmente rivoluzionari mentre i restanti partiti socialisti diventarono autenticamente e completamente riformisti. In Italia invece le correnti erano tre: i riformisti storici di Turati, Treves e della Kuliscioff, i massimalisti storici di Giacinto Menotti Serrati, ed una terza corrente fatta da giovani esponenti convinti dell’impeccabilità del sistema russo leninista: Gramsci con la rivista torinese Ordine Nuovo, Bombacci, Repossi, Misiano e altri, tutti aderenti senza se e senza ma ai 21 punti di Mosca.
In una situazione del genere, l’ala riformista e l’ala massimalista si fecero forza in nome dell’unità del partito contro la corrente estremista di Gramsci, la quale fuoriuscì dal partito per fondare il partito comunista. Un caso unico quindi, quello italiano, in cui nello stesso e vecchio partito socialista convissero assieme anime riformiste e anime massimaliste.
E questo è il nucleo d’origine che caratterizzò per gli anni a venire il Psi. La “macchia” che non gli permise di diventare, negli anni 50-60-70, un partito riformista nello stile delle grandi socialdemocrazie europee. In pieno clima di Guerra Fredda, infatti, l’Europa era caratterizzata da una moltitudine di partiti socialisti legati all’occidente mentre in Italia, al contrario, la sinistra era caratterizzata da un forte partito comunista legato all’Urss, che aveva assunto negli anni il primato a sinistra ai danni del Psi, il quale anziché seguire la linea degli altri partiti di sinistra europei era diventato l’ombra del Pci. E il motivo di questa situazione è proprio quello che abbiamo analizzato prima, ossia l’assenza all’interno del partito di una netta linea riformista capace di dettare la linea. I riformisti italiani, in diverse occasioni, sono invece stati costretti ad uscire dal partito socialista per creare diverse organizzazioni autenticamente socialdemocratiche dove poter meglio interpretare il loro pensiero politico. Fu il caso di Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, espulsi dal Psi nel 1912 e costretti a fondare il Partito Socialista Riformista (Psr). Il caso di Filippo Turati, Claudio Treves e Modigliani nel 1922, che fondarono il Partito Socialista Unitario (Psu). E infine fu il caso di Giuseppe Saragat nel 1947, che fondò il Partito Socialista dei Lavoratori italiani (Psli), che divenne dopo Partito Socialdemocratico Italiano (Psdi). Difficilmente i riformisti hanno rappresentato negli anni la maggioranza del Psi, il quale è quasi sempre stato a maggioranza massimalista (ovviamente prima degli anni del craxismo, il quale rimosse addirittura la falce e martello dal simbolo). Tant’è che negli anni ’50 – 60 – 70 l’Internazionale Socialista espulse il Psi e accolse invece il Psdi di Saragat, molto più coerente con la linea riformista dell’organizzazione.







Grazie per il complimento Gian Franco. Si, la mia ricostruzione si ferma agli anni postumi alla scissione di Palazzo Barberini. E sul Pds – Pd nell’Internazionale sono completamente d’accordo con te. Ci sono lettere pubblicate in questi ultimi anni di Achille Occhetto indirizzate a Bettino Craxi nelle quali implorava Bettino di fare entrare il Pds nell’Internazionale quando pubblicamente accusava un giorno si e l’altro pure il Psi della cosiddetta questione morale.
Complimenti per la sintesi storica del movimento socialista in Italia. Però questa ricostruzione storica si ferma, grosso modo, al 1970. Attualmente nell’Internazionale Socialista, per quanto è a mia conoscenza, i socialisti italiani sono rappresentati dal PD e la cosa permette agli ex comunisti di definirsi socialdemocratici, senza mai aver riconosciuto gli errori del passato. Come aver ostacolato per anni la diffisione delle idee socialdemocratiche nella societa italiana e di essersi scoperti europeisti praticamente con la fine del comunismo sovietico.