E c’è chi vuole mandare avanti Saviano per battere Grillo
Si tratta di sapere cosa farà Bersani da grande. Essere il leader di un grande schieramento di socialismo riformista per far vincere la sinistra; oppure mandare avanti Saviano per battere Grillo.
A chi serve oggi in Italia agitare il tema del presidenzialismo? In sintesi, a sparigliare. Insomma a introdurre temi e proposte che, in ogni caso,scombinino la partita impostata dai propri avversari, o imposta dalle circostanze, per facilitare la propria.
Stiamo parlando dell’Italia; di un paese in cui è cresciuto a dismisura il ruolo dei Presidenti, ma per così dire nelle pieghe (anzi tra le rovine…) di un sistema formalmente articolato sulla centralità dei partiti e del Parlamento. Ma in cui nessuno, personalità e/o forze politiche, è riuscito nel proposito di modificare la Costituzione così da legittimare l’egemonia del Presidente con il suffragio popolare.
Tra quelli che “ci hanno provato”, il Craxi della “grande riforma”e il Berlusconi dei giorni nostri. Due proposte separate da più di trent’anni di disordine politico-istituzionale e, tanto per essere chiari, collocati in una prospettiva esattamente opposta.
Il disegno del leader socialista era estremamente costruttivo. E con due obbiettivi estremamente chiari. In primo luogo, riequilibrare un sistema tutto costruito sulla necessità di controllare l’azione dell’esecutivo, sino a pregiudicarne in radice la possibilità d’azione. In secondo luogo, passare da un sistema politico – partitico, necessariamente consociativo, ad un assetto tendenzialmente bipolare. Ma questi obbiettivi avevano la caratteristica di essere, come dire, costruiti sulla figura che li proponeva: Craxi presidente avrebbe potuto sviluppare il suo decisionismo, con il dovuto equilibrio e nella cornice più appropriata; Craxi candidato avrebbe potuto realizzare il suo sogno – diventare il leader naturale dello schieramento di sinistra – senza affidarlo, come poi avvenne, all’avanzare lento, inadeguato (e poi pagato a caro prezzo) di un partito socialista, sempre al disotto delle aspettative del suo leader.
Inutile ricordare, a questo punto, che proprio questa identificazione della proposta con il proponente portò al rifiuto pregiudiziale della medesima. E Craxi era troppo strategicamente timoroso e, aggiungiamo noi, troppo rispettoso delle regole e delle prerogative dei partiti della prima repubblica, per insistere più di tanto sulla sua proposta. Nel Berlusconi del 2012 non c’è, invece, nessun intento costruttivo e nemmeno un qualche riferimento personale. Il suo obbiettivo, per dirla in sintesi e in modo brutale non è quello di costruire una forma più razionale ed equilibrata di governo, che lo veda protagonista, ma piuttosto di “buttarla in caciara”, così da evitare che la sua sconfitta del 2011 si risolva nella vittoria della sinistra nel 2013.
Un’aspirazione che può essere rappresentata da un piano A e da un piano B. Il primo, estremamente difficile da concretizzarsi, il secondo, invece, dal successo più che probabile.
Difficile, praticamente impossibile, che il Parlamento voti la riforma costituzionale in tempi tali da far eleggere il nuovo Presidente dai cittadini anziché dal futuro parlamento. E però, il fatto che si raggiunga, sulla proposta, una adeguata maggioranza parlamentare (e senza il concorso della sinistra) porterebbe, di per sé ad accelerare, intorno a questa o quella “figura federatrice”, quella ricomposizione politica dell’area di centro-destra che, allo stato, appare ancora lontana (naturalmente questa figura non dovrebbe essere quella del Cavaliere…).
Supponiamo, invece, che la proposta muoia sul nascere, perché confrontata dall’opposizione netta del Pd. In questo caso, allora, scatterebbe il piano B; nello specifico, la rinuncia a qualsiasi riforma elettorale, più probabilmente, delle modifiche al sistema attuale (una soglia per l’introduzione del premio di maggioranza, l’introduzione delle preferenze e, tanto per gradire, un buon innalzamento della soglia di sbarramento…). Il tutto possibilmente accompagnato, risultato di non poco conto per il Cavaliere, da un dibattito tanto confuso quanto acrimonioso, eco e propagatore di una incertezza più generale e premessa di un risultato elettorale altrettanto incerto. Quello, senza vincitori né vinti, che sogna, appunto, Berlusconi.
Sarebbe, allora, necessario che la risposta del Pd fosse netta e senza equivoci se (cosa molto improbabile) favorevole, ma anche se contraria. Ma non sarà purtroppo così perché già si stanno agitando nuovisti, prodiani e veltroniani vari. Né c’è da stupirsene perché da sempre, per loro, l’avversario da battere è quello più vicino. Bersani, qui ed oggi; dopo, si vedrà… Insomma vincere è un optional, quello che importa è “cambiare”.
Si tratta, allora, di sapere cosa farà lo stesso Bersani da grande. Essere il leader di un grande schieramento di socialismo riformista per far vincere la sinistra; oppure mandare avanti Saviano per battere Grillo.






