I giovani ci chiedono che a fallire siano le banche

La protesta è contro la cieca sudditanza dei governi al potere economico. Per la prima volta, si contesta l’origine vera della crisi: il liberismo senza regole (non il liberalismo, che è altra cosa).

Già la stampa italiana non aveva alcuna voglia di ragionare sulla protesta che è esplosa da Tokio a New York. La violenza dei Black Bloc ha poi quasi completamente cancellato le ragioni dei giovani.
Tuttavia, dalle piazze del mondo connesse via Internet, e anche da quella di Roma, giunge un messaggio chiarissimo: mentre il qualunquismo provinciale dei media italiani cerca di indirizzare l’indignazione verso “i privilegi della casta”, il network senza frontiere dei giovani non si occupa delle pagliuzze, bensì della trave. Rimprovera non la politica, ma l’assenza della politica, ovvero la cieca sudditanza dei governi al potere economico.
Per la prima volta, si contesta l’origine vera della crisi: il liberismo senza regole (non il liberalismo, che è altra cosa), la sfrenata avidità dei finanzieri, la spregiudicatezza delle loro speculazioni, la tirannia dell’economia “virtuale” e di carta (fatta di bit elettronici), ai danni dell’economia reale (fatta di lavoro, rischio d’impresa, innovazione e passione). Per la prima volta, si contesta l’incapacità (colposa o dolosa) dei governi a dare regole e controlli, la loro acquiescenza ad accettare che le banche “troppo grandi per fallire” privatizzino gli utili e pubblicizzino le perdite. Il che, detto in soldoni, significa: quando guadagno mi tengo i soldi, quando perdo, chiedo i soldi allo Stato per pagare i debiti.
Questo e non altro è il cancro che ha distrutto i risparmi di generazioni. La stampa naturalmente non se ne è accorta, anche perché è legata a doppio filo alla classe dirigente economica responsabile del disastro. Ma qualcuno comincia a dire la verità, sia pure tra le righe e con la cautela imposta dalla proprietà.
L’autorevole commentatore economico Massimo Mucchetti ad esempio, sul Corriere della Sera, punta il dito contro “ Il rischio preso per sete di denaro e di potere, la stessa bramosia che ha trascinato l’Occidente verso l’attuale palude. Un rischio chiaro da sempre agli animi prudenti e chiarissimo a tutti dal dicembre 2007, quando fallì la Northern Rock”. Conclude insinuando una accusa che sottolinea implicitamente quale sia l’unico vero problema.  “Che cosa aspettano banche centrali e governi a porre rimedio? Non vorremmo che i regolati avessero già catturato i regolatori, tutti figli della stessa cultura”.
Chi vuole capire, capisca. La stessa cultura liberista ha dominato e purtroppo domina sia tra gli speculatori che tra i ministri e i governatori delle banche centrali. Il mercato con la M maiuscola sembra a tutti una divinità irraggiungibile e terribile, dispensatrice di condanne e tessitrice di destini sui quali l’azione umana nulla può.
Con queste riflessioni si dà ragione alla sinistra estrema? Le ripeto per la verità da dieci anni. A cominciare dal libro intitolato “La privatizzazione della politica” (che forse oggi si dovrebbe chiamare “La finanziarizzazione della politica”). Per questo sono stato a volte rimproverato di “vetero socialismo”. Anche da quei dirigenti dell’ex PCI che, volendo nascondere la lunga coda di paglia del comunismo, sono diventati più liberisti dei liberali, più “blairisti” di Blair e più anti politici della destra. D’altronde, persino il Papa, anche recentemente, ha contestato il liberismo senza regole.
Ripetere queste riflessioni non impedisce però, nel contempo, di pensare che la sinistra estrema italiana, se sarà determinante in uno schieramento di maggioranza, impedirà di governare, esattamente come ai tempi di Prodi. Perché? Perché non ha mai tratto le conseguenze dal semplice fatto che “la politica è l’arte del possibile”. Si può e si deve  fare una battaglia politica, ideale e culturale contro la “casta” (questa sì) della finanza internazionale. Si può e si deve far crescere la consapevolezza che il suo strapotere è la nostra rovina. Ma poi, nella speranza e nell’attesa che tale consapevolezza guidi l’azione dell’intera Unione Europea, bisogna seguire in pratica la corrente dominante, bisogna fare ciò che mediamente fanno tutti gli altri Stati europei. Fuori di ciò, una iniziativa divergente di un singolo governo porta soltanto alla bancarotta e alla miseria vera.
Lo sa (e agisce di conseguenza) un socialista non certo moderato come Papandreu. Che le osservazioni sopra esposte le ha ripetute all’Internazionale socialista più volte. Un piano è quello dei principi e delle teorizzazioni, un altro piano quello dell’azione concreta. L’ incapacità di distinguere i due piani e la conseguente mancanza di pragmatismo hanno sinora condannato la sinistra estrema italiana alla sconfitta, non solo sua, ma anche dei suoi alleati.

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