Il 1937: le morti inquietanti di Gramsci e dei Rosselli                                          

Nel volgere di poche settimane si susseguirono due eventi paradigmatici. Il 27 aprile 1937 morì Antonio Gramsci, colpito da emorragia cerebrale; il 9 giugno i fratelli Carlo e Nello Rosselli furono assassinati a revolverate e pugnalate.

di Aldo A. Mola | 14 maggio 2017

Iniziò bene per l’Italia il 1937. Il 2 gennaio fu siglato il Gentlemen’s agreement italo-britannico per la stabilità del Mediterraneo. Ce n’era bisogno. L’anno precedente aveva addensato nubi minacciose sull’Europa. Il 7 marzo 1936 la Germania di Hitler occupò la Renania senza incontrare risposte militari: le uniche efficaci. Allarmato, il Belgio prese le distanze dalla Francia, ove a fine aprile il socialista Léon Blum formò un governo radical-socialista con il sostegno del Partito comunista, il più forte dell’Europa occidentale e per di più succubo del dittatore dell’URSS, Stalin. La risposta non si fece attendere: boicottaggio commerciale e fuga di capitali. La svolta della Francia seguì di pochi mesi l’avvento a Madrid di Manuel Azaña a capo di un governo di radicali, socialisti e liberali (molti massoni, capri espiatori  di una storia secolare di arretratezza culturale, come in Italia dal 1925 a oggi).  Però in Spagna, repubblica dal 1931, la risposta fu più dura: l’alzamiento, il 18 luglio 1936, dei Quattro Generali (Sanjurjo, Mola, Franco e Queipo de Llano), molto diversi uno dall’altro ma accomunati nel programma di “restaurazione nazionale”: Stato forte in vista del ritorno alla monarchia, ma con molti e motivati “forse  e se”. Non sarebbe stata comunque restaurazione  ma instaurazione.

Il 4 agosto anche la Grecia virò a destra, col governo Metaxàs.

La Francia propugnò il “non intervento” nella guerra civile spagnola. Benché da subito a fianco degli insorti, Italia e Germania ufficialmente aderirono, ma il 18 novembre riconobbero il governo del generale Franco. Londra e Parigi erano assillate da conflitti diretti e indiretti nei loro imperi coloniali e nelle aree di influenza: dalla Palestina all’Egitto (che da quell’anno ebbe per re Faruk ed entrò nella Società delle Nazioni) e al Sud Africa (che imboccò il tunnel dell’apartheid), dall’America meridionale (in specie Argentina e Perù) all’India, dalla quale venne separata la Birmania.

L’accordo italo-britannico del 2 gennaio 1937con Londra fece da preludio al riconoscimento della sovranità di Roma sull’impero di Etiopia, ove permanevano sacche di resistenza armata e il 18 febbraio Rodolfo Graziani fu vittima di un attentato che scatenò tre giorni di “caccia all’uomo”. Fallita l’offensiva dei nazionalisti, da conflitto interno la guerra civile spagnola divenne preludio a quella tra i totalitarismi: il nazionalsocialismo da un lato, il comunismo sovietico dall’altro. Le “tre Spagne” (la social-comunista, aspramente anticattolica; quella “profonda”, clericale e conservatrice; la liberal-democratica, massonica, antitotalitaria) divennero terreno del regolamento di conti tra ideologie, regimi e “popoli” in lotta da secoli: un conflitto incattivito dal 1917-1919, tra la rivoluzione russa e la pace punitiva di Versailles. Con la battaglia di Guadalajara la Spagna fu anche teatro di un capitolo della guerra civile italiana.

Da che parte si schierò Roma? La Città Eterna parlò attraverso due voci molto diverse: Mussolini aspirava a elevare il fascismo a modello universale; la Santa Sede era cattolica da sempre. Il primo ad avvertire la tempesta incombente non fu il “duce del fascismo” (invero sempre irruente quanto poco lungimirante) ma Pio XI. Il 14 marzo 1937 il papa pubblicò l’Enciclica “Mit brennender sorge”, nella quale deplorò la deriva del nazionalsocialismo verso sponde razzistiche. La persecuzione di ebrei, gitani, oppositori politici, “devianti” in genere (chiusi in campi di concentramento che preludevano alla eliminazione fisica sistematica) era inconciliabile con il cristianesimo, checché ne pensassero e dicessero teologi ed ecclesiastici “locali”, per vari motivi distratti dalla missione universale della Cattedra di Pietro. Quattro giorni dopo Pio XI pubblicò la “Divini Redemptoris”, condanna durissima del materialismo ateo, incardinato nella Terza Internazionale di Mosca e nei partiti comunisti satelliti e in regimi che avevano fatto deragliare la separazione tra Stato e Chiesa in anticlericalismo e in persecuzione sanguinosa dei credenti: incendio di chiese, violazione di monasteri e molteplici orrori. Lo mostravano i casi del Messico e della stessa Spagna repubblicana, come ampiamente documentato, tra altri, da Mario Arturo Iannaccone in “Cristiada” e in “Persecuzione” (ed. Lindau).

Nei capitoli centrali di “Il virus del totalitarismo” (ed. Rubbettino) Dario Fertilio, già Premio Acqui Storia, ha documentato che il fanatismo stava per dare i suoi frutti più spettacolari con i processi celebrati in Russia a carico di insigni esponenti del comunismo sovietico: Kamenv, Zinoviev e altri, accusati di simpatie verso il pensiero di Leone Trotzkij, cioè per il comunismo come rivoluzione universale anziché “in un solo Paese”, ovvero a beneficio dell’imperialismo dell’URSS. Condannati a morte, gli imputati vennero fucilati. Fu l’inizio della sistematica epurazione ideologica e non solo (molti erano ebrei), accelerata nel 1937 con l’eliminazione di Karl Radek e del leggendario maresciallo Tucacevskij, eroe della guerra rivoluzionaria. Dopo di lui vennero assassinati decine di migliaia di ufficiali, funzionari pubblici, uomini del partito: la “grande purga”, completa di gulag, aperti ancor prima dei lager hitleriani. Un delirio razionale programmato in vista della guerra non solo e non tanto contro la Germania (quello era un duello tra totalitarismi) ma contro le democrazie occidentali e i socialisti democratici, da anni marchiati come social-fascisti: epiteto con il quale Palmiro Togliatti liquidò Filippo Turati e radiò gli oppositori, quali Angelo Tasca e altri fondatori del Partito comunista d’Italia. Mentre all’estero predicava i fronti popolari, alleanze del tutto strumentali, all’interno Stalin annientò ogni dissenso, liquidato come tradimento.

In quel quadro di guerre ideologiche e di massiccio impiego delle armi (la Francia “democratica” usò l’aviazione per reprimere una rivolta in Marocco), nel volgere di poche settimane si susseguirono due eventi paradigmatici. Il 27 aprile 1937 morì Antonio Gramsci, colpito da emorragia cerebrale proprio quando gli venne comunicato che era finalmente libero: né carcere, né la libertà condizionata trascorsa nella clinica Quisisana. La sua fu una morte così inattesa da suscitare i sospetti ripercorsi da Luigi Nieddu in “L’ombra di Mosca sulla tomba di Gramsci” (Le Lettere), anche perché egli aveva stabilito di tornare nella nativa Sardegna e aveva preso tutte le misure per impedire che i suoi Quaderni finissero nelle mani di Togliatti, come ricorda Giuseppe Vacca in “Vita e pensieri di Antonio Gramsci (1926-1937)” (ed. Einaudi), a sua volta Premio Acqui Storia. Il Migliore (come poi Togliatti venne celebrato) pervenne invece a impadronirsi del Quaderni gramsciani: un’operazione laboriosa, condotta con la pressione sulla moglie e la cognata di Gramsci, Julija e Tatjana (Tania) Schucht, esercitata da Piero Sraffa, economista insigne, docente in Gran Bretagna, figlio dell’altrettanto celebre economista e giurista Angelo, iniziato massone a Pisa, dalla brillante carriera accademica e rettore della Bocconi di Milano, ove formò allievi di elevato rango intellettuale e di prestigiose fortune, come Raffaele Mattioli.

Mentre durava l’emozione per la morte di Gramsci e si faceva più incalzante l’azione di Togliatti per confiscare la sua memoria storico-politica, un atroce delitto scosse l’opinione internazionale: intorno alle 19,30 del 9 giugno 1937 i fratelli Carlo e Sabatino Enrico (Nello) Rosselli furono assassinati a revolverate e pugnalate presso Bagnoles-de-l’Orne (Bassa Normandia) da un pugno di cagoulards, affiliati alla OSNAR (Organisation Secrète d’Action Révolutionnaire Nationale).

Carlo, appena trentasettenne, era il fondatore del movimento Giustizia e Libertà. Suo fratello, di poco più giovane, storico di sicuro avvenire, lo aveva raggiunto in Francia poco prima. Gli assassini agirono senza troppe precauzioni, li pedinarono osservati da albergatori, camerieri e persone che se videro del tutto casualmente (un po’a replica dell’assassinio di Matteotti di cui ha scritto Enrico Tiozzo) e lasciarono innumerevoli e inconfondibili tracce. Furono quindi subito individuati, intercettati e arrestati e poi condannati. Le loro schede biografiche sono in appendice al saggio di Mimmo Franzinelli, “Il delitto Rosselli” (Mondadori). Ma chi aveva armato la mano a sicari così squallidi? Appena appresa notizia del crimine i militanti di Giustizia e Libertà non esitarono a imputare quale mandante il regime fascista. Colpevole era quindi lo stesso Stato italiano, sia pure tramite i soliti leggendari “servizi segreti”.

I funerali dei fratelli Rosselli, a Parigi, furono una solenne deplorazione del fascismo. Aderirono socialisti, radicali, “democratici” e le due massonerie francesi (Grande Oriente e Gran Loggia), che avevano spesso ospitato conferenze di Carlo Rosselli, in stretto collegamento con Giuseppe Leti, sovrano gran commendatore del Rito scozzese antico e accettato e pilastro del Grande Oriente d’Italia dell’esilio, popolato di infiltrati dell’Ovra e di massoni pentiti, come Alberto Giannini, autore delle esilaranti “Memorie di un fesso: parla Gennarino, fuoruscito con l’amaro in bocca” (1934, rist. Forni, 2010).

Ma chi davvero armò le mani degli assassini dei fratelli Rosselli? L’interrogativo venne riaperto nel 1990 da Franco Bandini, giornalista appassionato di storia, in “Il cono d’ombra” (Sugarco), frutto di otto anni di indagini sugli atti dei processi celebrati in Francia a carico dei cagoulards e in Italia contro il supposto “mandante”, il generale Mario Roatta, in combutta con Galeazzo Ciano, genero di Mussolini e ministro degli Esteri. Secondo il giudizio corrente e tuttora prevalente, Carlo Rosselli, già condannato al confino a Lipari ed evaso il 29 luglio 1930 con Emilio Lusso e Francesco Fausto Nitti, era non solo scomodo ma pericoloso per il regime perché proponeva alla borghesia di affiancare i “rossi”, come avveniva in Spagna. Sennonché, dopo aver lanciato il motto “Oggi in Spagna, domani in Italia”, a cospetto della piega assunta della guerra in Catalogna (ove i comunisti sterminarono gli anarchici) Rosselli era rientrato in Francia e si era impegnato nell’elaborazione di una strategia politica del tutto nuova: più estremista dei comunisti e in linea con il pensiero di Trotzkij. Molto più che a Roma dette fastidio a Mosca. Secondo Bandini l’assassinio di Carlo Rosselli non avrebbe cambiato i rapporti tra il regime e gli esuli. Avrebbe invece modificato profondamente quelli tra i partiti antifascisti, messi alle strette: subordinazione alla Terza Internazionale o opzione “occidentale”, a favore delle democrazie, per quanto deboli e screditate: un dibattito laborioso, puntualmente ricostruito da Marco Bresciani in “Quale antifascismo? Storia di Giustizia e Libertà” (ed. Carocci).

Un anno dopo l’assassinio dei fratelli Rosselli la Gran Bretagna riconobbe il governo di Franco, mentre era in corso la decisiva battaglia dell’Ebro vinta dai nazionalisti col sostegno di 40.000 uomini del Corpo Truppe Volontarie (CTV, che gli spagnoli traducevano: Cuando t’en vas?), mesi prima della trionfale parata di Madrid, narrata anche da Edgardo Sogno. La domanda che si pone dinnanzi a un delitto efferato è sempre la stessa: cui prodest? A chi giova? La risposta sul “caso Rosselli” rimane aperta. Di sicuro nessun gerarca del regime aveva motivo di volere la morte di Nello, pioniere degli studi sul Risorgimento democratico, apprezzato da Gioacchino Volpe, che anni addietro era intervenuto personalmente su Mussolini per consentirgli un viaggio di studi in Inghilterra. Il Risorgimento democratico, le sue debolezze e contraddizioni, era stato anche al centro delle riflessioni di Gramsci, lontano dal dogmatismo della Terza Internazionale di Mosca. Vigilia del catastrofico 1938, il 1937 pose le premesse del “grande equivoco” nel quale, osserva Fertilio, “cadde Winston Churchill allo scoppio della seconda guerra mondiale: ci si allea anche col diavolo se questi combatte il proprio nemico. Ma così si contribuisce a rafforzarlo – come avvenne con Stalin – prima di ritrovarsi inevitabilmente a fare i conti con lui”. Un monito da non dimenticare mentre il pianeta è popolato di dittatori sanguinari, di violazioni sistematiche dei diritti dell’uomo anche di chi aspira a entrare nell’Unione Europea, e l’ONU di fatto è un fantasma, alla cui apparizione nessuno più crede.

 

Aldo A. Mola

Aldo Alessandro Mola è uno storico e saggista italiano.

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