100 anni dalla Vittoria più celebrata e “mutilata”

Quella italiana fu per Roma la vittoria per eccellenza dello Stato nazione italiano, che dalla sua nascita, dovuta in gran parte alle armi francesi, aveva vinto con i turchi nel 1911, ma per il resto aveva collezionato sconfitte.

di Giuseppe Mele | 12 Nov 2018

4 novembre, cento anni dall’armistizio che pose fine alla guerra italoaustriaca all’interno della Grande Guerra e che determinò la stessa fine dell’impero austro-ungarico e dello spazio politico della mitteleuropa.

La settimana dopo si arrese anche il Reich tedesco ai franco inglesi, in quell’altro scontro diretto tra Parigi e Berlino che era il leitmotiv più importante del conflitto della Prima Guerra Mondiale. Pur provata e ridotta territorialmente la Germania non subì un cambiamento geografico notevole. Ad est, invece il conflitto austro tedesco-russo finì con un nulla di fatto ed entrambe le parti nei fatti persero. Sul campo avevano vinto i tedeschi che non furono in grado di cogliere i frutti della pace di Brest-Litovsk, mentre i russi cedettero volentieri terra in cambio del consolidamento del neoregime comunista.

Quella italiana fu per Roma la vittoria per eccellenza dello Stato nazione italiano, che dalla sua nascita, dovuta in gran parte alle armi francesi, aveva vinto con i turchi nel 1911, ma per il resto aveva collezionato sconfitte con gli stessi austriaci ( che così dalla fine di Napoleone poteva contare ben tre successi con piemontesi ed italiani) ed addirittura con gli africani.  Era la vittoria da serie A che rese l’Italia una grande potenza per il mero fatto che dal quadro geopolitico scomparivano gli imperi centrorientali europei e mediorientali, quello tedesco, quello austroungarico, quello russo e quello ottomano.

Bisogna tenere conto che l’entrata in guerra italiana, richiesta e corteggiata dagli anglofrancesi, era da loro considerata al pari, per esempio, dell’entrata rumena. Le sollecitazioni verso Roma e Bucuresti, una alleata della Germania e dell’Austria, l’altra dominata dal Reich, riuscirono ed entrambe si decisero, una nel 1915, l’altra nel 1916. Il risultato finale del conflitto, imprevedibile nella sua misura ( come anche l’importanza del nuovo ruolo americano e della propaganda russa) invece rese l’Italia l’ultima delle grandi potenze ma pur sempre potenza.

Come scrisse Prezzolini, il momento finale della Grande vittoria assomigliò più ad uno sforzo di resistenza che ad una opera di sfondamento. Ad ottobre gli austriaci erano saldamente ancora in Veneto, sulla linea del Monte Grappa, un punto centrale tra Rovereto, Belluno, Treviso e Vicenza.  Avevano provato un ultimo sfondamento, mentre l’occupazione del territorio italiano seguita a Caporetto procedeva in un regime pesante e persecutorio. Il  tentativo italiano di sfondamento che giunse a Vittorio, (allora non ancora V. Veneto), provincia di Treviso, si era arenato, come denunciò Nitti; fu la Caporetto austriaca a determinare la fine, dovuta alla rivolta dei reggimenti boemi, polacchi e soprattutto ungheresi che si erano ribellati anche in patria il 31 ottobre dando vita all’autonoma Repubblica Democratica. Vienna non poteva più  proseguire la guerra a meno di non rischiare il caos (che ci fu comunque) .

Così a Villa Giusti, Padova, giunsero da Trento i membri della commissione austriaca d’armistizio il 28 ottobre. A Parigi erano interessati a staccare l’Austria dalla Germania ancora combattente. A Roma si era interessati ad occupare per mare e per terra -e ci si sbrigò a farlo- le terre promesse nei patti di guerra, Trento, Trieste e Zara, che per chiarezza si trova nella costa dalmata prospiciente Ancona. Con Trento e Trieste si compiva la missione risorgimentale di riunire l’Italia, cominciata un secolo prima; tanto che la Grande Guerra è assimilabile alla IV° guerra d’indipendenza.

L’idea napoleonica della Repubblica Cisalpina e del Regno d’Italia, l’idea buonarrotiana, carbonara, massonica, mazziniana, garibaldina, giobertiana, balbiana  fondata sulla libertà etnica dei popoli negli Stati Nazione, a somiglianza di Francia, UK e Spagna e contro l’idea degli imperi multietnici era l’irredentismo, che era l’ideologia di questo processo. Ideologia che ebbe non poco effetto sui risultati militari; infatti la seconda grande rivolta degli ungheresi, boemi e slavi, dopo il 1848, fu in realtà alla base dell’indebolimento austriaco e della sua fine a Villa Giusti che poi fissò, dopo ben 8 giorni, l’armistizio alle 15 del 4 novembre.

Si disse che la vittoria mutilata, la mancata, cioè assegnazione all’Italia di tutte le terre concordate nei patti di guerra, fu elemento ideologico fondante il fascismo. In realtà, questo elemento si trova proprio nel trionfo dell’irredentismo nazionalista ed etnico che, distruggendo gli Imperi, dava il via alla nascita di innumerevoli Stati, tutti pensati sulle basi del pensiero di riscossa risorgimentale italiana, in funzione antiReich. La stessa Austria, divenuta nazione, avrebbe finito per preferire l’unione ad una comune patria tedesca, dove sciogliersi. Il richiamo democratico ai fasti della Roma repubblicana, elemento centrale dei movimenti contrari al dispotismo monarchico familista, sarà con la sua idea di estensione universale in contraddizione con il nazionalismo, creando dialettica all’interno del fascismo. La Chiesa che vedeva due figlie cattoliche in guerra parlò di inutile strage, slogan fatto proprio nel secondo dopoguerra dai partigiani guelfi e ghibellini dei due imperi universali vincitori. Come sempre non fu inutile per i vincitori di lungo periodo. La globalizzazione economia, fenomeno di colonizzazione culturale di oggi poggia anche sulla Grande Guerra.  E’ evidente che la globalizzazione, l’allora cosmopolitismo della belle epoque, aveva maggiore riscontro negli imperi multietnici che negli stati nazione. Il cosmopolitismo angloamericano preferì piuttosto di convivere con quello tedesco, spendersi per gli stati etnici nazionali e nazionalisti. La contraddizione resta tutt’oggi. L’inutilità delle stragi resta ai vinti. All’Italia la vittoria, e la strage, darà le energie per creare un welfare di stato che poi avremmo ereditato anche noi, nell’epoca in cui la globalizzazione lo mette a rischio.

 

Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli '80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell'Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore Agenda news UilCom Capitale. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016. E' in corso di uscita Renzaurazione.

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