“Mostro di Firenze” storia di straordinaria malagiustizia, su di un caso ancora totalmente aperto.

Chi scrive si è nel tempo fatto un quadro sul possibile sospettato n° 1 (e ha depositato un memorandum presso un notaio, nel caso gli accada qualcosa) ed è disponibile ad essere sentito da chi ha intenzioni di continuare nella ricerca della verità. Un atto dovuto a noi stessi, come e soprattutto alla memoria delle vittime e ai loro parenti, Non rinunciamo a batterci per la giustizia, l’amore verso il prossimo e la dignità umana.

di Alessandro Silvestri | 1 ottobre 2016

Le recenti rivelazioni sull’errore (uno degli innumerevoli) dell’autopsia dell’ultimo duplice omicidio commesso dal c.d. “mostro” agli Scopeti (nel comune di San Casciano) nel Settembre 1985, avrebbero dovuto costringere gli organi inquirenti ad azzerare tutte le indagini fin qui rivolte “ai compagni di merende” (la serie di processi più lunga oltretutto della storia giudiziaria italiana) e ripartire completamente da capo.

In sostanza nuovi esami entomologici forensi effettuati nel 2015 e 2016 da nuovi esperti, retrodatano scientificamente la morte della sfortunata coppia di francesi (Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili) al sabato, se non addirittura alla notte tra il venerdi’ e il sabato, incompatibilmente quindi da quanto affermato dai testi chiave del processo “Pacciani” e presunti complici, quel Giancarlo Lotti notoriamente affetto da turbe mentali, e quel Fernando Pucci oligofrenico e invalido al 100% che affermarono di aver assistito al delitto nella notte tra la domenica e il lunedi’ riconoscendo il Pacciani e il Vanni come esecutori.
Giudizio quello degli anatomopatologi in linea con quanto dichiarato più volte dall’allora capo della mobile fiorentina, Sandro Federico, che attribuiva ‘secondo esame ottico ed esperienza personale’ il decesso della coppia ad alcuni giorni, almeno due.

Ma la lunga serie di errori investigativi, depistaggi e vistosi svarioni di stampa e organi inquirenti parte da quella lontana estate del 1968, quando furono colpite le prime due vittime di una lunga e triste serie che farà il giro della cronaca nera mondiale.

Di seguito un elenco (non necessariamente cronologico) delle principali incongruenze che sono saltate agli occhi ad un dilettantissimo appassionato di cronaca, quale sono.

Debbo anche sottolineare che fu il caso in questione a trovare me, quando nel 1998 mi trovavo in Nuova Zelanda per lavoro e conobbi casualmente la figlia di un noto avvocato fiorentino che oltre ad aver difeso con grande spirito di abnegazione il principale indagato del processo, ha scritto due interessanti libri sul tema, provando a smontare (in modo molto controcorrente allora, tanto da finire anche lui nel tritacarne degli innumerevoli indagati “alla cazzo di cane”) le tesi dell’accusa: “Pacciani innocente” del 1994 e “Storia delle merende infami” del 2005. Nino Filasto’.

Nel corso degli anni molti altri libri sono apparsi nelle librerie, mentre molti degli attori e testimoni della vicenda, sono venuti mano a mano a mancare, come è capitato quest’anno con l’avvocato Rosario Bevacqua (che ho avuto modo di intervistare lo scorso anno) e il giornalista Mario Spezi, che con un leitmotiv che si ripeterà, entro’ da sospettato in una delle tante indagini fatte come ho scritto sopra.

Fu detto nel 1968 (tanto da entrare anche in film e documentari sul “mostro”) che il bambino di 6 anni della donna uccisa a Castelletti di Signa, Natalino Mele, venne portato a spalla da qualcuno (forse il padre, forse lo zio?) fino alla casa nella quale fu accolto terrorizzato alle due di notte, nel tentativo (?) di avvalorare la tesi dell’omicidio passionale e di vendetta che porto’ in seguito sulla c.d. “pista sarda”. Mentre invece (esistono le foto dei calzini sporchi e strappati) il piccolo Natalino vago’ da solo nella notte fino a quando non trovo’ l’unica casa nella zona con una finestra illuminata. E da li’ fu dato l’allarme.
Oltre a questa certezza, vi è quella dell’arma (alquanto insolita per questo tipo di “utilizzo”) una Beretta cal. 22 “Long Rifle” che firmerà tutti i successivi delitti.
La cassiera del cinema dove la coppia si era recata prima di appartarsi, confermerà che la Locci usci’ col bimbo addormentato in braccio, e qui si chiude tutto il fiorire di altre ipotesi campate parecchio in aria, che videro anche tirare in ballo e indagare un certo numero di uomini della zona, spesso nel giro di frequentazioni della moglie del Mele, finito in carcere autoaccusandosi del duplice omicidio, per poi ritrattare e accusare altri. .
Sparo’ il marito della Locci per gelosia? Eppure molti sapevano in paese che diversi amanti della signora erano addirittura convissuti in casa della coppia, come i due fratelli Vinci Francesco e Salvatore, che entreranno e usciranno più volte nella vicenda del “mostro” finendo il primo ucciso in modo orrendo e poi dato alle fiamme (assieme al suo servo pastore Vargiu) nell’agosto del 1993 e l’altro scomparso nel nulla dal novembre del 1988.

Ma il tetro corollario delle morti “collaterali” è ancora piuttosto lungo. E aver addebitato tutta questa popo’ di mattanza ai “compagni di merende” è una delle cose più bizzarre che si siano viste nelle aule di tribunale.

Milva Malatesta (figlia di Antonietta Sperduto, entrata anch’essa nelle indagini e nei processi al Pacciani e di Renato Malatesta, trovato impiccato nella sua abitazione nel dicembre 1980, ma con i piedi che toccavano terra…) e il figlioletto Mirko, uccisi e dati alle fiamme nell’agosto del 1993, nei pressi di Barberino Val d’Elsa. Amante tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, di Francesco Vinci.
Francesco Narducci, il medico perugino trovato morto nell’ottobre del 1985 forse annegato e forse no…frequentatore di San Casciano Val di Pesa, dove si disse abitava in una dipendenza dei Conti Corsini ed amico intimo dello stesso Don Roberto Corsini, ucciso in uno stranissimo incidente di caccia dal figlio di uno dei propri contadini, Marco Parigi nell’agosto del 1984 nella sua tenuta di S.Piero a Sieve, 3 settimane dopo il duplice delitto di Vicchio del Mugello.
Il padre di Narducci dichiaro’ al giornalista Andrea Pucci, che aveva portato a caccia con sé il figlio fin da piccolo e che si allenava abitualmente al poligono di Umbertide con una Beretta cal. 22!

L’avvocato Nino Filasto’ addebita al MdF anche l’uccisione di Paolo Riggio e Graziella Benedetti colpiti da una cal. 22 il 21 gennaio 1984 a S.Alessio (Lucca) nei pressi del fiume Serchio. Sebbene le vittime non abbiano subito lo stesso sadico “trattamento” delle altre e i bossoli ritrovati appartenessero alla serie L, non si puo’ escludere che la mano sia stata la solita. Filasto’ motiva questo delitto (come alcuni altri) dal fatto che in quel momento si trovasse in carcere con l’accusa di essere il “mostro” la persona sbagliata. Ovvero in quel periodo, Francesco Vinci.

Ci sono poi le morti irrisolte di alcune prostitute fiorentine avvenute dal 1982 al 1984, delle quali merita (ai fini delle indagini) citare quella povera Luisa Meloni, nella quale abitazione fu trovata una ricevuta della ditta P.I.C. “Pronto intervento casa” che apparteneva a Salvatore Vinci che per quel fatto fu parimenti indagato e prosciolto.
Secondo ancora Nino Filasto’ ci sarebbero anche negli anni ’80, le morti di 3 “guardoni” abituali, operanti nelle zone dei delitti seriali, due dei quali dati alle fiamme dopo essere stati uccisi con arma da fuoco, riconducibili alla mano del “mostro”.

Questa ‘storia maledetta’ è piena come ogni complesso ‘giallo’ che si rispetti, di lettere anonime, alcune delle quali attribuite direttamente al “mostro” come quelle contenenti lembi dei corpi appartenenti alle vittime femminili, proiettili della famigerata serie H cal. 22 Winchester, reticenze, dichiarazioni poi ritrattate, come quella del probabile testimone oculare ‘principe’ di tutta la storia, vale a dire il conducente di ambulanze di Montelupo Fiorentino e noto voyeur, Enzo Spalletti che racconto’ di aver visto due morti ammazzati, il giorno prima della scoperta dei cadaveri a Mosciano di Scandicci, nel giugno 1981, e per questo motivo incarcerato fino al 24 ottobre dello stesso anno, quando il “mostro” torno’ a colpire a Travalle di Calenzano, avvalorando la tesi di Filasto’ prima citata.

Interessantissime le dichiarazioni ulteriori riguardanti lo Spalletti, rilasciate agli inquirenti. Durante la permanenza in carcere, qualcuno telefonò prima alla moglie poi al fratello: “Ditegli che stia zitto e tranquillo, che presto sarà scagionato, presto uscirà di carcere, però gli sta bene un pò di galera, a quello scemo. Che gli è saltato in mente di dire che aveva saputo dei morti dai giornali, quando i giornali sono usciti con la notizia la mattina dopo?”
Cosi’ come quella riferita a Filasto’: “Non hanno capito nulla, sono fuori strada, è una vergogna!” e ancora : “Ma se dietro a tutto quest’affare ci fosse qualcheduno grosso eh? Oppure qualche puliziotto di quelli con le palle grosse… Non è ne la prima ne l’ultima volta. Nessuno ci pensa?”

Una delle numerose lettere anonime tra le più importanti (in realtà la stessa pagina di giornale con una scritta in stampatello, successivamente sparita dai reperti, come dichiarato dal Giudice Istruttore Tricomi a Mario Spezi) fu quella giunta ai carabinieri in piena emergenza indagante, negli anni ’80 (e non il ricordo del maresciallo Fiori come fu detto) che includeva appunto il ritaglio di giornale sul delitto del 1968 e invitava a cercare presso il tribunale di Perugia le carte e i reperti del processo a Stefano Mele dove vennero ritrovati i bossoli cal. 22 rinvenuti sulla scena del crimine di Signa, che si scopri’ essere clamorosamente i soliti Winchester serie H e con il medesimo segno del percussore di quelli ritrovati successivamente.

Ci sono poi le numerose automobili viste nel corso degli anni in prossimità dei luoghi dove il “mostro” aveva colpito, tra le quali la più “interessante” è la famosa Alfa Romeo GT Rossa a quattro fari vista sfrecciare dalla zona del delitto dell’ottobre 1981, in direzione di Calenzano, che quasi travolse i testimoni. Un’Alfa rossa (senza specificare il modello) era stata fermata dai carabinieri nella zona la stessa sera dell’omicidio intorno alle 23:30, fu controllata la patente del guidatore che presentava “uno stato di agitazione psicomotoria inusuale”.
Siccome si trattava di un’auto abbastanza costosa e non molto diffusa, appare oggi strano che non si sia ricercato a fondo un confronto con i vari possessori residenti nelle province confinanti con l’area di azione del killer seriale.

Tra i pochissimi indizi trovati sul luogo dei duplici omicidi (allora non esistevano i ROS e i test sul DNA, ma oggi alcuni reperti potrebbero essere nuovamente analizzati come ad es. la tenda della coppia francese) vi sono delle impronte di calzature da caccia n. 44 a “Le Bartoline” e una scatola di “Norzetam” a Baccaiano (medicinale abitualmente usato anche da Francesco Vinci).
Sul fronte delle perizie, ricordiamo quella sul penultimo delitto ascritto al “mostro” quello dei due ragazzi tedeschi a Giogoli, dove gli esperti in balistica affermarono che dalla direzione dei colpi, si evinceva che lo sparatore aveva un’altezza di circa 1.80 m. Pietro Pacciani non poteva essere stato certamente il killer, visto che superava di poco il metro e sessanta. Ma questo è una dei tanti riscontri oggettivi che scagionano senza ombra di dubbio “il Vampa”.
Ci sono poi gli allora rudimentali riscontri sulla saliva delle lettere anonime sicuramente attribuibili al “mostro” le ultime delle quali spedite da S.Piero a Sieve, che darebbero il risultato sul solo gruppo sanguigno di tipo ‘A’ mentre in alcuni articoli dell’epoca si afferma che le buste furono incollate col Vinavil…

Altro capitolo che ha dell’incredibile è quello delle false prove prodotte a carico di Pacciani (e qui probabilmente se si volesse si potrebbero aprire delle procedure giudiziarie) nella fattispecie il proiettile Winchester serie H trovato nel suo orto, e il lembo di tessuto nel quale fu avvolta l’asta guidamolla di una pistola (mai identificata) giunta in una lettera anonima. Tessuto che fu ritrovato nell’abitazione di PP.

Conclusioni.

L’FBI fu chiamato a suo tempo a tracciare un profilo del killer seriale. Anche in questo caso il possibile quadro psico-fisico dell’assassino era esattamente agli antipodi rispetto a quello del Pacciani e dei “compagni di merende”. Si escludeva che potessero essere più di un solo omicida. Mentre si affermava che l’individuo fosse sessualmente inattivo e impotente. Affetto da disturbi psichici legati in qualche maniera alla figura materna (forse il “mostro” ha assistito da bambino alla violazione della madre in auto ad opera di un competitore estraneo alla coppia coniugale. Nda). Un uomo dotato di notevole intelligenza e scaltrezza, fisicamente dinamico e prestante.
Tesi tra l’altro sposate più recentemente dal criminologo Francesco Bruno (chissà perché finito indagato ad un certo punto pure lui) o da autori sul caso come Paolo Cochi, dal pluri-citato Filasto’, dallo Spezi (che ha fatto il nome del suo probabile “mostro” non senza riscontri molto aderenti) e altri.

Chi scrive si è nel tempo fatto egualmente un quadro sul possibile sospettato n° 1 (e ha depositato un memorandum presso un notaio, nel caso gli accada qualcosa) ed è disponibile ad essere sentito da chi ha intenzioni di continuare nella ricerca della verità.
Un atto dovuto a noi stessi, come e soprattutto alla memoria delle vittime e ai loro parenti che credo non abbiano potuto più in vita loro, percorrere un’esistenza degna di essere vissuta come tutti dovrebbero e avrebbero diritto.
Non rinunciamo a batterci per la giustizia, l’amore verso il prossimo e la dignità umana.

Alessandro Silvestri

Ho iniziato ad interessarmi di giornalismo già alle scuole medie dove la professoressa d'Italiano ci faceva leggere i quotidiani in classe. Il "caso Moro" divenne il primo grande incontro con il mondo reale e plumbeo della cronaca politica e del sottobosco terroristico e criminale. Da fucecchiese un po' atipico poi, per via della mamma del Sud, avere avuto un compaesano come Indro Montanelli, è sempre stato motivo di orgoglio e di sfida a non conformarsi. Il passo successivo è l'impegno politico, denso di amore e frustrazione che si trascina fino ad oggi. Come una malattia inguaribile. Un socialista apolide, di scuola rosselliana, minoranza nella minoranza italica. Negli anni scrivo per "Il Tirreno" per "Il Quotidiano della Basilicata" per "Mondoperaio" e per publicazioni minori. Ma senza ritenere che debba mai divenire una professione. Il politico e il giornalista dovrebbero essere indipendenti al 100% da ogni forma di potere e dovrebbero ancor di più, garantire un servizio volontario e circoscritto nel tempo. Una sorta di "cursus honorum" che oggi non esiste quasi più in nessun campo che conti. Infatti mi occupo di ristorazione da oltre 25 anni. Da quando il web poi, ha dato la possibilità a tutti di dire la propria, è li' che pubblico i miei pensieri, oggi prevalentemente sulla mia pagina facebook e su Pensalibero.it che gentilmente mi offre uno spazio di completa libertà. Per un anticonformista disincantato, snob e giramondo, è il massimo delle aspirazioni.

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